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* Note dall'Albania * Ernesto Santucci s.j. |
Una nuova presenza tra i detenuti di Kruja
Con un medico volontario mi sono recato in visita (era il Venerdì Santo) al Carcere di Kruja. Con noi c'erano anche alcuni volontari di "Casa Betania", che come sapete da altre pagine del sito raccoglie bambini e ragazzi orfani o abbandonati dai genitori per i più vari motivi.
Appena usciti da Kruja si percorre una strada non asfaltata per una ventina di minuti. Da una parte incombono grosse rocce, dall'altra una scarpata senza muretti di protezione, dunque pericolosa, che va giù verso valle. Poi ecco il Carcere. Alte mura, porte di ferro, sbarre che bloccano la strada.
All'ombra di alcuni olivi un gruppo di familiari attende di poter avere un colloquio con i propri parenti. Veniamo introdotti nell'ufficio del Direttore. Ci spiega che la costruzione del penitenziario risale alla metà degli anni '80, anche se era stata concepita come ospedale psichiatrico. Poi venne convertita in prigione.
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Verso la fine degli anni '90 ha accolto gruppi di profughi provenienti dal Kosovo. Ora è invece, da circa due anni, è carcere a tutti gli effetti, pur ospitando anche una quarantina di malati mentali. I detenuti sono circa duecento, un buon gruppo di anziani dai 60 agli 80 anni e per il resto giovani con un'età media di quarant'anni. Di tutti i detenuti un'ottantina sono cattolici.
Lo staff direttivo comprende anche un medico, uno psicologo e un educatore. Prima di entrare siamo stati accuratamente perquisiti, e ora ci permettono di parlare con un gruppo di carcerati anziani. Quasi tutti tra questi hanno commesso un omicidio a causa della perversa "legge della vendetta", o "del sangue", per la quale il parente più prossimo di una persona uccisa non può rifiutarsi di versare a sua volta il sangue dell'uccisore, il che dà origine ad una spirale interminabile di violenza. Così, molti di questi detenuti sono coscienti che, appena avranno espiato la loro pena, non appena usciranno dal Carcere saranno oggetto della vendetta, che è capace di attendere anche vent'anni!
Mostro loro il Crocifisso, li invito a considerare il perdono per porre fine a questa spirale di odio, offrendo ogni giorno a Gesù le loro sofferenze. Parlo loro della Passione del Signore, un racconto che molti di loro non sentivano da tempo immemorabile, perché tra l'altro ben raramente hanno avuto la possibilità di incontrare un sacerdote. Mi accorgo che mi ascoltano con attenzione, e prego il Signore che voglia illuminare la loro anima. Al termine, per lasciare un segno tangibile, distribuisco loro dei Vangeli, dei Rosari, immagini sacre.
Vengo poi condotto in un altro reparto, incontrando stavolta un gruppo di giovani, una quarantina. Anche a loro parlo col cuore in mano del perdono di Dio, della possibilità - una volta espiata la pena - di rifarsi una vita, ricordo loro le lacrime e la preghiera dei loro familiari, delle loro madri, spose, dei loro figli. Quando ho finito mi ci avvicina un giovane. Deve scontare ancora due anni e mezzo per vari furti e rapine, mi ricordo di averlo conosciuto e mi chiede di salutare la madre e i fratelli.
Molti di loro domandano libri religiosi e Bibbie. Un altro giovane chiede se posso procurargli materiale per dipingere. Rispondo che farò di tutto per accontentarlo, e rifletto quanto è vero che questi giovani, se fossero ben seguiti, potrebbero essere restituiti alla società veramente rinnovati.
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[Foto di Claudio Stura] |
Purtroppo il trascorrere in ozio mesi e anni non li aiuta certo, anzi al contrario rende più difficile il loro auspicabile recupero. La maggior parte del tempo lo passano nelle piccole celle con più letti a castello, o passeggiando su e giù negli angusti cortili, da cui perlomeno la vista spazia fino al mare. I pochi che lavorano nel carcere percepiscono mensilmente una somma pari a un euro!
Come si può comprendere lascio il carcere con un senso di profonda angustia, sapendo di aver trovato tanti nuovi fratelli bisognosi di conforto spirituale, ma anche di aiuti materiali. Abbiamo consegnato viveri, indumenti, coperte, ma è ben poco rispetto alle necessità.
Basta sapere che alla sera la "cena" dei detenuti consiste esclusivamente in una tazza di thé, e che i circa quaranta detenuti che non ricevono visite dai loro familiari devono elemosinare dagli altri detenuti un capo di abbigliamento, anche usato e malandato, perché l'amministrazione penitenziaria non provvede a queste necessità.
Nel pomeriggio in chiesa, durante la liturgia del Venerdì Santo, osservavo il Crocifisso che quei detenuti avevano baciato con fede e amore. Per me ora ha un valore immenso. E mentre leggevo il racconto della Passione di Gesù, mi sembrava di sentire in sottofondo le Sue parole: "Ero in carcere e mi avete visitato". E speravo tanto di moltiplicare, nel prossimo futuro, queste visite.
E fortunatamente la visita al carcere di Kruja effettuata il Venerdì Santo ha un seguito. Già allora molti avevano chiesto di poter partecipare al rito della S.Messa. Da molti, moltissimi anni ne erano privi!
E così abbiamo stabilito un appuntamento mensile (almeno per ora). Durante la prima celebrazione erano molti a piangere di commozione. Poi mi hanno chiesto anche di confessarsi per poter ricevere la S.Comunione. Un altro sacerdote, polacco, si è unito a me.
Ormai sono sempre una dozzina i detenuti che si confessano e fanno la Comunione. Qualcuno, di famiglia cattolica ma non battezzato, ha chiesto di ricevere questo sacramento. La biblioteca del carcere si è arricchita di libri cattolici, bibbie, biografie di Santi, catechismi.
Spesso, assieme al sacerdote, vengono medici dall’Italia per effettuare visite specialistiche. Ultimamente è venuto un oculista dell’Ospedale S.Raffaele di Milano e ha visitato e controllato la vista a quasi tutti i detenuti. "Casa Betania" intanto si sta attivando per procurare occhiali a tutti coloro che ne hanno bisogno.
Lulzim Gjergj Gjini: un pittore e poeta tra i detenuti di Kruja
Vorrei parlare ora di quel giovane che mi aveva chiesto materiale per dipingere. Ci siamo incontrati varie volte e si è stabilita tra noi una grande amicizia. Si chiama Lulzim Gjergj Gjini e ha appena 24 anni. E’ in carcere da circa cinque anni e deve scontarne altri sei. Tutto questo per una serie di furti effettuati quando era appena maggiorenne.
Durante questi anni ha sviluppato in sé una vena artistica e poetica. Dipinge e scrive poesie. Un mese fa mi ha donato alcuni suoi disegni e un libro di poesie il cui titolo è significativo: "I versi del mio dolore".
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Mi ha scritto questa dedica: "E’ da lodare il tuo lavoro e la tua missione, per far riconciliare con Dio, con il suo infinito amore, i disperati, quelli col cuore spezzato e che si sentono perduti. Tu aiuti tutti noi, che ne abbiamo bisogno, a ritrovare la libertà spirituale. Che Dio ti benedica, che Dio ti dia la forza".
Il libro è presentato da un educatore del carcere, Lirjan Visari, che scrive: "Quando ho iniziato a leggere i versi di Lulzim Gjini, mi ha colto una fortissima emozione. Non capivo se era gioia o dolore. Nella mia esperienza di giornalista e di educatore credevo di conoscere bene il cuore dell’uomo, la bontà e la malvagità, ma mi sbagliavo. Man mano che leggevo queste poesie, scritte in una cella in un periodo di cinque anni, il mio modo di giudicare l’uomo si modificava completamente.
Il detenuto ha perso la libertà e questo pensiero l’accompagna notte e giorno. E’ commovente perciò leggere queste poesie in cui si nota il desiderio di buttar via il passato, dimenticare il male, rifarsi un cuore nuovo. Pensando alla sua giovane età e al fatto che quasi tutta la sua giornata trascorre in una cella, si capisce la malinconia, la tristezza, il ricordo del passato, elementi quasi sempre presenti nei suoi versi.
L’amore gli dà forza, pazienza, e la speranza che un giorno le nuvole si apriranno, il cielo sarà celeste e il sole splenderà anche per lui. In ogni poesia riusciamo a penetrare nella profondità del suo animo. Leggendole riceviamo un messaggio positivo, che ci porta a pensare a un futuro pieno di speranza per l’autore".
Anch’io ho letto le sue poesie, anche se la mia conoscenza della lingua albanese non è completa. Effettivamente un senso di tristezza, di sofferenza, permea tutti i suoi versi. Nella poesia "La libertà" afferma: "Senza te, vicino a te tante sbarre, una piccola finestra da guardare, quanti dolori da ricordare…" E ancora, nella poesia "Libertà svanita": "Chiuso mi hai lasciato, in mezzo al dolore e alla sofferenza. Qui mi ritroverai di nuovo, in mezzo al buio…"
La piccola finestra della cella ritorna spesso. Nella poesia "Sotto l’ombra della pioggia" afferma: "Sono salito vicino la piccola finestra della prigione per vedere la pioggia, le mani sono uscite fuori, tra le sbarre, volevo toccare la pioggia…"
E termino, anche se la voglia di citare altri brani è forte. Nella "Lettera alla madre" si esprime così: "Seduto in un angolo, il muro è bagnato, penso di scrivere una lettera a mia madre, non ho matita per scrivere, ho solo il sangue che tu mi hai donato. E quando, o madre, vedrai gocce di lacrime cadute sulle parole, queste sono i punti e le virgole… Madre, sono vivo, ma non so dove sono… Non vedo il cielo né la terra, vedo acciaio e sbarre cosparse di sangue e lavate con lacrime, chiuso tra queste mura insormontabili…"
E ora Cristo si fa strada nel cuore di Lulzim, gli porta perdono e speranza, sussurra al suo cuore: "Si fa più festa per un peccatore pentito che per cento giusti…"
(9 Aprile 2004)
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