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Arameras: Ernesto Santucci s.j. |
Ricostruzione della Chiesa di S.Chiara | Una famiglia di Arameras
Gli abitanti del luogo ricordano quel triste giorno: le mura che si sbriciolavano, le vecchie capriate in legno che crollavano in una nube di polvere, la statua della santa, in pietra, fatta a pezzi e messa nelle fondamenta della erigenda "Casa della Cultura".
E ricordano anche come il castigo di Dio non tardò a farsi sentire tra coloro che avevano contribuito alla distruzione della chiesa: ci furono malattie, incidenti, morti improvvise. Anche il cimitero attiguo alla chiesa fu profanato: le ossa furono trasferite e gettate alla rinfusa in una fossa comune.
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Col passare degli anni anche le fondamenta della chiesa erano state ricoperte dalla terra e dall'erba. Ne restava il ricordo nel cuore dei cattolici che, passando di là, sussurravano una preghiera fugace senza nemmeno potersi fare il segno della croce.
La località di Arameras veniva sfruttata per officine di aggiustaggio di macchine agricole e per pic-nic di lavoratori, i quali poi dovevano sorbirsi i discorsi triti e ritriti della propaganda marxista-leninista nella vicina "Casa della Cultura".
Un giorno del 1992, mentre accompagnavo il Nunzio Apostolico, Mons. Ivan Dias, questi, dall'auto in corsa, mi mostrò la località e mi accennò all'esistenza di una chiesa. In effetti, da parte di qualche sacerdote di passaggio, si era incominciato a celebrare la S. Messa, in modo saltuario, nella ex casa della cultura da cui erano state asportate, in tempi rapidi, porte e finestre.
E cosi anch'io mi sono recato di tanto in tanto a celebrare la Messa in questo luogo, nel quale convergevano i cattolici delle località vicine: Fushé-Kruja, Larushk, Hasan. Poi, nell'estate del 1993 cominciai a celebrare con frequenza settimanale, iniziando, assieme alle Suore Apostole del Sacro Cuore, una catechesi sistematica che, dopo mesi e mesi, ci ha permesso di poter battezzare un primo gruppo di bambini, ragazzi e ragazze.
Un giorno, parlando della vecchia chiesa con un gruppo di anziani, manifestai il desiderio di vedere il luogo preciso dove sorgeva. E cosi, con l'aiuto di qualche piccone e di qualche pala, fu rimesso alla luce il perimetro delle mura.
Grande fu la mia commozione nel veder riemergere il gradino in pietra su cui doveva esserci l'altare! La chiesa di S. Chiara doveva essere molto antica. Gli esperti mi dicono che i giganteschi ontani che la circondano hanno almeno cinque secoli, per cui credo di non sbagliare facendo risalire questo luogo di culto tra il XII e il XIII secolo, quando l'azione apostolica dei francescani era molto attiva in tutta l'Albania, e quando il pericolo turco non era ancora così incombente, come poi avvenne verso la fine del XIII secolo.
E cosi ho ripreso a celebrare la S. Messa su quel gradino di pietra, su di un tavolino traballante, circondato da uomini, donne e bambini che accorrevano sempre più numerosi. Tante volte, purtroppo, ero costretto a saltare l'appuntamento settimanale per via della pioggia...
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E poi, un giorno, il miracolo... Don Lino Fieschi, parroco di Bra, in Piemonte, città nativa del Cottolengo, il Santo del Provvidenza, entra in contatto con l'Arcivescovo e dice di essere disponibile a contribuire finanziariamente alla ricostruzione della chiesa. Da pochi giorni avevamo commemorato la festa di S. Chiara (11 agosto 1993) e avevamo chiesto alla Santa un aiuto che credevamo abbastanza improbabile.
Il 31 maggio del 1994 Mons. Rrok Mirdita poneva la prima pietra. Qualche giorno prima mi era capitato qualcosa di singolare e di meraviglioso. Ero stato avvicinato da un giovane musulmano, il quale mi aveva detto che, tra le rovine della chiesa distrutta, aveva recuperato "la foto di una donna", e l'aveva conservata. Gli chiesi di mostrarmela, e grande fu la mia commozione quando da un angolo buio della stalla estrasse un quadro dell'Immacolata, pieno di polvere e di ragnatele e abbastanza danneggiato. Ora il quadro, restaurato, è tornato nella "sua" chiesa.
I tempi di costruzione della nuova chiesa si sono protratti al di là delle previsioni, a causa di tanti imprevisti e tante difficoltà che sembravano provocate dalle forze del male. Nel frattempo, anche qui tra tanti ostacoli, sorgeva accanto alla chiesa un poliambulatorio in prefabbricato pesante, donato alla Diocesi dall'Associazione olandese "Assistance Healthcare Albania" e affidato alle Suore Ministre degli Infermi di S. Camillo.
E finalmente, il 17 marzo del 1996, la chiesa veniva consacrata solennemente da Mons. Mirdita. Concelebravano Don Lino Fieschi, P. Luli, P.Giordano, Rettore del Seminario di Scutari, il sottoscritto e due sacerdoti di Vittorio Veneto. Erano presenti l'Ambasciatore d'Italia, dott. Paolo Foresti, il prof. Luigi Za dell'Università di Lecce, autorità locali e una rappresentanza olandese dell' Assistance Healthcare Albania. La chiesa era gremita, certamente erano presenti più di 500 persone. La Televisione albanese ha ripreso le fasi salienti della cerimonia.
Un altro tassello è stato rimesso al suo posto. Ora le chiese ricostruite nel distretto di Kruja sono parecchie, e molte comunità parrocchiali hanno ripreso la loro vita ecclesiale. La catechesi viene impartita regolarmente, i sacramenti segnano le tappe della crescita individuale e comunitaria, molti indifferenti o di provenienza musulmana si avvicinano, e comunque si è stabilito un buon rapporto tra credenti delle varie fedi.
Resta ancora qualche località scoperta, in cui la chiesa rappresenta ancora un desiderio dalla non facile realizzazione. Ma la chiesa di Arameras mi ha insegnato a credere che anche i sogni possono diventare realtà.
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come fiori di speranza... |
Di fronte all’ambulatorio delle Suore Camilliane, nella località di Arameras, nei pressi della cittadina di Fush Kruja, c’è una costruzione fatiscente, senza porta, che per molti anni è stata un ricettacolo di immondizia. Ma un giorno è venuta una famiglia ad abitarvi. L’uomo e la donna sono ancora giovani: lui, Xhomari, ha 33 anni e lei, Lumturie (che in italiano si può tradurre con "Felicità") ne ha appena 30.
Ma lui è un disoccupato cronico, spesso ubriaco, e lei, con regolare precisione, ha messo al mondo cinque bambini: Blerina di nove anni, Bledi di sette, Dorian di cinque, Edi di tre e Paula di un anno.
Lumturie aveva deciso di abortire, riguardo agli ultimi due figli, ma le suore l’hanno convinta a portare a termine le gravidanze, promettendo tutto il loro aiuto. L’ultimogenita si chiama Paula, in ricordo di suor Paula, la prima Superiora, morta ancor giovane per un male che non perdona, e che ha lasciato un ricordo incancellabile tra la gente del luogo, tante e tante volte da lei beneficata.
Xhomari, quando torna la sera a casa, spesso ubriaco, si siede davanti la porta, si toglie le scarpe e pretende che la moglie, già oberata dalle tante faccende di casa, gli lavi i piedi. Spesso Lumturie ha dei lividi per tutto ilcorpo, segno delle percosse che riceve. Dopo l’ultimo parto stava molto male e il marito si opponeva al suo ricovero in ospedale. Solo dopo le ripetute pressioni delle suore che gli prospettavano una vita da vedovo, ha acconsentito.
I bambini vivono quasi sempre dalle suore, da cui ricevono alimenti, vestiti e affetto. Lancio un appello per chi voglia "adottare a distanza" questi piccoli. Basterebbero cinquantamila lire al mese per assicurare ad ognuno di loro una vita decente. Chi si sente spinto a dare una mano a questi bambini, può prendere contatto con me.
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