Esperienza in Albania
Derven Posht (Fush Kruja), 2-12 agosto 2001

Ilaria Turacchi
[Gruppo Scout - AGESCI - Grosseto]

Sono Ilaria Turacchi, e con mio marito Aldo siamo educatori scout (capi AGESCI) a Grosseto. Insieme con il nostro gruppo (8 tra ragazzi e ragazze tra 18 e 21 anni), quest’estate 2001 abbiamo vissuto un campo di lavoro in Albania, organizzato da un giovane sacerdote della nostra Diocesi, che ha iniziato un rapporto di collaborazione e scambio con la comunità cattolica di Derven Posht, nei pressi di Fush Kruja. Una delle finalità è la costruzione di una chiesetta, e per fare questo ha addirittura costituito, con alcuni grossetani, una "ONLUS" per l’acquisto del terreno e le spese edili necessarie.

Il nostro gruppo sullo sfondo della regione di Kruja, luogo della nostra "missione"...

Il nostro compito era, adesso, quello di impermeabilizzare il tetto e, con la collaborazione di altri, realizzare un bagno, in un piccolo edificio esistente "polivalente", perché fa funzione sia di scuola che di chiesetta che di centro di aggregazione, con la speranza, in futuro, di poter ricostruire una cappella sul luogo dove prima era esistente una Chiesa, distrutta - come tantissime altre - dal regime di Oxa. Per questo il nostro motivo ispiratore era quello del Santo di Assisi: "Francesco vai... e ripara la mia casa, che come vedi è tutta in rovina..."

Siamo stati lì dal 2 al 12 di agosto, scambiandoci con un secondo turno di volontari (un gruppo di giovani Azione Cattolica, sempre di Grosseto) che sono rimasti là dal 12 fino al 20. Siamo riusciti nell’impegno, cioè abbiamo impermeabilizzato il tetto e realizzato il bagno, ma soprattutto abbiamo vissuto un’avventura veramente unica ed irripetibile.

Devo dire che l'esperienza è stata davvero forte ma entusiasmante, e che aver vissuto in quei luoghi - anche solo dieci giorni - aiuta a comprendere senza pregiudizi quella strana realtà - a volte così vicina e a volte lontana mille miglia dalla nostra - meglio di tanti scritti e di tante immagini televisive...

A tal punto che la cosa più complicata, in questi giorni, è proprio di descrivere i luoghi, comunicare le esperienze e parlare delle persone incontrate, perché mentre si parla si sente che ciò che si dice non riesce ad esprimere come si vorrebbe quello che è davvero dentro di noi. E, cosa strana, anche le foto o le riprese che abbiamo fatto non mostrano realmente quello che veramente gli occhi (e il cuore!) hanno visto.

Un momento dei lavori per l'impermeabilizzazione del tetto.

Per i ragazzi è stata una scoperta continua: apprezzare la più minuscola goccia d'acqua (preziosa come mai), mangiare solo pomodori, peperoni, cipolle, cetrioli e qualche melanzana (che forse a casa non sono tra i cibi più graditi!), in tutti i modi possibili ed immaginabili, ma che ci venivano offerti con gratitudine dai ragazzi albanesi, figli di contadini, che ce ne regalavano a borsate e diventavano il nostro sudato e meritato compenso... 

Meno male che c'erano anche cocomeri e pannocchie di mais come diversivo...  Oppure osservare la soddisfazione che ha dato ai ragazzi albanesi aver accettato di fare con loro il bagno insieme in un inverosimile fiume...

Poi le improbabili botteghe ... le strade scassate e la guida impossibile ... i rubinetti senz’acqua e le lampadine senza luce … le immondizie che bruciavano lungo le strade... Ti ricordavano che non eri a casa, anche se il paesaggio, la vegetazione, la campagna, ti sembravano quasi quelli della Maremma ma in primavera, quando ancora non è tutta riarsa.

Ti chiedevi perché le vacche e i cavalli fossero così "stenti" e perché i somari e i cani sembravano avere un'espressione... "triste", ma i canti e i giochi dei bambini albanesi erano chiassosi e felici, anche se quelli più grandi ti raccontavano che nel 1997 avevano visto persone spellate e appese... come ora noi vedevamo (con disgusto) agnelli e vitelli appesi a sgocciolare nei macelli.

Bambini albanesi della zona di Fush Kruja.

La cosa che più manca però, soprattutto ai giovani, è la speranza: la speranza di riuscire a ricostruire un paese, dove tutto è da ricostruire; di farsi un futuro, di avere una vita soddisfacente, senza fuggire via, attraversare l’Adriatico e venire a lavorare in Italia o comunque in Europa; ed è tristissimo leggere la rassegnazione nel volto di chi questo non può farlo (soprattutto delle ragazze).

Come sempre, quando si fa un'esperienza e si mette sulla bilancia, il piatto del "ricevuto" è sempre più pesante di quello del "dato", e si può immaginare che bagaglio abbiamo riportato, se diciamo che sul tetto della scuola - che è stato impermeabilizzato con rotoli di derbigum fuso con il flambatore a gas, dalle 10 della mattina alle 7 di sera, nonostante l'abbronzatura già consolidata di chi abita sul mare,  sudati come prosciutti, ci siamo "ustionati" il collo e i polpacci.

E grande è stata la soddisfazione di essere stati non dico ringraziati, ma soprattutto apprezzati dai "grandi" che sono stati criticamente a guardare quello che facevamo per giorni, ma che poi nel salutarci erano commossi e sorpresi: sembrava non capissero come mai l'avessimo fatto... anziché andare in vacanza al mare!

Tutti insieme per la celebrazione dell'Eucarestia,
nella casa delle suore.

Per non parlare poi della dimensione ecclesiale di questa avventura: la benedizione del nostro Vescovo prima di partire, che ci ha "inviati" in missione; le Messe in albanese ma con il sacerdote italiano e l'interprete (una ragazza albanese, perché sono specialmente le bambine e le ragazze che imparano l'italiano alla televisione e alla radio); la contentezza dei ragazzi nel conversare insieme di canzoni, calciatori… e i giochi che loro insegnavano a noi perché ne sapevano di più...

E poi la vita comunitaria e con le suore italiane, là dal 1997, orgogliose di aver riportato Gesù a coloro che erano rimasti cattolici, in mezzo a musulmani, dopo oltre 500 anni, e amorevoli e premurose come nonne. Leggere nei volti degli anziani la soddisfazione di poter portare finalmente al collo il crocifisso...

Altro momento forte l'Eucarestia celebrata "in casa" delle suore, in una città dove non esiste una chiesa (è diverso che "al campo"): ha fatto vivere e comprendere che in Cristo siamo davvero tutti fratelli, poiché Cristo è morto sulla croce per ciascuno, prima di risorgere. E questo è l’unico merito che abbiamo: il grande amore del Padre ed il dono di Gesù, che è lo stesso per tutti: il resto non conta.

Abbiamo fatto la verifica anche insieme agli altri del secondo gruppo, e la riflessione comune a tutti è stata quella di rendersi conto che ciascuno di noi è tornato "diverso" da quello che era partito; soprattutto nel vedere le cose con uno sguardo nuovo e con un’attenzione… rinnovata.

Vedere su internet le pagine di P.Ernesto Santucci, leggere le sue riflessioni e rivedere la cappella delle suore, mi ha fatto piacere e ho voluto ricambiare con questi miei pensieri, per sostenerlo nella sua missione, anche con la nostra preghiera. Grazie.

Alessio, Marco, Gianluigi, Laura, Benedetta, Francesco, Aldo e Ilaria.


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"Il Gesù Nuovo"