Una visita Ernesto Santucci s.j. |
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Durante la mia ultima venuta in Italia ho visitato diversi nuclei di albanesi che lavorano al nord e al centro d’Italia. E’ stato un incontro molto utile per me, per capire meglio come vivono e cosa fanno.
Alcuni sono ormai in Italia da molti anni, sono bene inseriti e godono della stima degli italiani loro vicini, altri sono ancora ufficialmente "clandestini", anche se hanno fatto tutti i documenti necessari per la regolarizzazione. Sono lontani dalla patria da molti anni e sperano di poter avere al più presto i documenti in regola, in modo da poter tornare in Albania per una visita, per riabbracciare genitori, mogli e figli.
La mia prima tappa in Italia è stata S.Angelo Lodigiano, dove c’è un bel gruppo di vecchi amici di Burizana e di Derven. S.Angelo è la patria di S.Francesca Saverio Cabrini, la santa protettrice degli emigranti.
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in Italia, a S.Angelo Lodigiano. |
Proprio accanto alla sua casa natale vive Martin con la sua famiglia. Lavora come falegname e sua moglie fa la donna di servizio. Martin segue particolarmente anche la figlia, con il marito e una bambina, e altri giovani, alcuni sposati, altri celibi.
A sera, dopo il lavoro, si ritrovano a casa di Martin, cenano insieme, vedono un po’ di TV e poi subito tutti a dormire, perché la loro giornata ricomincia alle sei del mattino. Sono benvoluti dalla gente del posto, frequentano la parrocchia e sono ormai ben inseriti nel tessuto sociale della città.
Sono stato accolto con molta gioia, ho dormito in casa di Martin, mi hanno presentato al Parroco e alle Suore dell’Asilo. Martin ha la madre gravemente ammalata (ha avuto un ictus ed è semiparalizzata), ma non può andare in Albania a visitarla perché altrimenti perderebbe il posto di lavoro. E’ vero poi che il lavoro in Italia è ben retribuito, ma anche le spese da affrontare sono notevoli: il fitto di casa, l'acqua, la luce, il riscaldamento...
Altra tappa a Vercelli. Qui ho conosciuto un giovane di Scutari, Lorenzo, papà di tre bambini. Quando è nato – durante la dittatura comunista – questo nome non fu accettato, perché nome di un Santo. Lo chiamarono Loli, nome di un cane… e solo recentemente ha potuto prendere il nome di Lorenzo.
Carattere fiero e cattolico fino in fondo, è nipote del Cardinale Mikel Kolici, martire della fede. Mi ha raccontato che quando fu chiamato alle armi si presentò con una catenina al collo da cui pendeva una Croce, dono della madre. Chiamato dal Comandante, fu rimproverato e gli fu ordinato di togliere l’oggetto "superstizioso"… Rispose: "Tagliatemi prima la testa e poi potrete togliermi la Croce!" Davanti a questo gesto risoluto e inatteso, gli fu concesso di conservare la croce al collo, purché fosse coperta…
Lorenzo lavora in un grande allevamento di suini. Dà loro da mangiare due volte al giorno, e il proprietario gli ha messo a disposizione un piccolo appartamento. I suoi tre bambini passano molto del loro tempo dai nonni, poiché anche la mamma lavora come domestica. I due anziani genitori vivono in un appartamento freddo e umido. Il papà, a 75 anni, lavora ancora: si alza tutte le mattine alle cinque e scarica copertoni. Quei due giorni che ho trascorso da loro, hanno dormito per terra per dare un letto a me!
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a S.Angelo Lodigiano. |
Sulla via del ritorno ho avuto un altro incontro a Spoltore, in provincia di Pescara. Qui Augustin vive con la moglie e un figlio di sei anni. Lui fa l’operatore ecologico e la moglie lavora ad ore presso una famiglia. Si erano conosciuti all’università di Tirana, entrambi frequentavano la facoltà di Ingegneria.
Ora in Italia si sono adattati a questo lavoro, e con i loro risparmi si stanno facendo costruire una bella casa a Bilay, in Albania, che è non lontano dalla mia parrocchia di Arameras. Hanno infatti intenzione di tornare in patria appena la casa sarà terminata.
Nel complesso, da questi miei contatti ho ricavato una impressione veramente positiva. Gente seria, che lavora dalla mattina alla sera e non sempre è remunerata giustamente, ma spesso è sfruttata da quegli italiani che fanno pagare costi molto alti per piccoli e spesso squallidi appartamenti.
Gente bene inserita, ben accetta e stimata da quanti li conoscono e che hanno modo di andare oltre certi pregiudizi. Gente che soffre anche se non te lo fa capire, perché la lontananza dai parenti e dalla terra natale è un dolore.
Mi hanno fatto molta tenerezza i bambini nati in Italia. Ho raccomandato ai loro genitori di parlare con loro in albanese, la lingua madre, e di instillare loro l’amore per la patria d’origine. Alcuni di essi, i più piccoli, non conoscono l’Albania e penso che quando la vedranno per la prima volta potrebbe generarsi in loro un trauma e un fenomeno di rigetto, cosa che i genitori devono evitare parlando della ricchezza culturale e secolare del popolo albanese, che riemerge dopo la dittatura comunista.
A Milano, nella vasta piazza del Duomo, in un palazzo posto di fronte all’immenso Tempio, sventola una piccola bandiera albanese, quella della sede del Consolato. E’ un po’ il simbolo della presenza discreta di tanti albanesi che in Italia hanno trovato una seconda patria e una ragione di vita.
Vorrei che gli italiani li comprendessero e accettassero come fratelli, mettendo da parte quegli schemi prefabbricati secondo i quali gli albanesi sono criminali e sfaccendati. Purtroppo la devianza di una piccola percentuale ha portato e porta discredito alla maggioranza di albanesi onesti e lavoratori. Di queste qualità positive del popolo albanese sono testimone, dato il mio pluriennale apostolato, che ancora per grazia di Dio continua, in Albania.
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