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Carmelo S.Anna - Carpineto Romano Solo il tuo Natale, Gesù, |
Carissimi/e,
siamo giunti anche questo anno a prepararci a festeggiare il Natale del Signore. A cosa ci serve ogni anno ricordare i misteri della nostra redenzione? Ci serve per non dimenticarci che il Natale ci richiama all'Avvento finale di Cristo. Se non si incarnava, per noi, non ci sarebbe stata la risurrezione.
Molto probabilmente prima della nascita di Cristo anche il discorso escatologico non si reggeva; cori l'incarnazione nasce il Bambino che ha cambiato la vita di ciascuno di noi. Se "il Verbo si e fatto carne" (Giovanni 1,1), come ci dice Giovanni, è per la nostra salvezza.
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e la nostra pace". |
E questo che fa cantare il nostro cuore, ma di speranza, di fede e anche di amore. Natale è il giorno della gioia, dello stupore di fronte al mistero: il Verbo di Dio si dona agli uomini ammantato di povertà e di debolezza. Ma noi così poco abituati a questo linguaggio pensiamo sempre ad altro! i figli dei re di questo mondo nascono nella ricchezza e nel fasto...
Gesù nell'umiltà della nostra carne, e nell'umiltà di una stalla, senza riflettori, senza giornali che ne hanno parlato, senza tv che stavano a spiare l'evento. In silenzio...ed è nel silenzio che il Signore parla ai nostri cuori, come i pastori, che ricevettero l'annuncio del Salvatore da un Angelo, poi contemplarono l'intera corte celeste che apparve loro, e infine udirono il canto angelico: Gloria a Dio e pace agli uomini.
Gente semplice, che custodisce il proprio gregge, vegliando, notte e giorno, caldo o freddo che sia, non ci sono feste e solennità. Neanche per questi ci sono i giornali, né ci sono tv a riprenderli. Non fanno "rumore" e pubblicità!
Che lo vogliamo o no il mistero dell'incarnazione, il mistero pasquale e anche qualunque altro mistero vanno oltre la nostra logica, contengono una sproporzione che non può non provocare disorientamento e stupore. Ma di fronte a Dio siamo ben piccoli ed è bene sostare in silenzio davanti al Signore che viene.
"Il popolo che camminava nelle tenebre" (Isaia 9,1), ora può finalmente raggiungere la luce desiderata e l'ha vista!
Nel cuore della notte santa rifulge finalmente il dono promesso. Si apre il tempo del canto e della gioia, della festa e dell'abbondanza: il Verbo incarnato è qui, è qui per tutti noi, non solo per i piccoli, ma anche per i grandi. Altrimenti è un Natale di parole, di regali, di cibo, di spreco, ma non di Lui, di Lui che è venuto per noi. Meditiamo su questo scritto del Servo di Dio, Paolo VI.
Cristo Gesù
La tua venuta nel mondo
è sorgente di vera e di grande gioia.
La felicità, la pienezza di vita, la certezza della verità,
la rivelazione della bontà e dell'amore,
la speranza che non delude, la salvezza finalmente,
a cui ogni uomo aspira, è a noi concessa,
è a nostra disposizione, e ha un nome,
un nome solo: il tuo, Cristo Gesù.
Tu sei il profeta delle beatitudini,
Tu sei il consolatore d'ogni umana afflizione,
Tu sei la nostra pace, perché tu, tu solo sei la via, la verità, la vita.
Noi proclamiamo che il tuo avvento tra noi,
o Cristo, è la nostra fortuna, è la nostra felicità.
Solo il tuo Natale può rendere il mondo felice.
Chi segue te, Cristo, come tu stesso ci hai assicurato,
non cammina nelle tenebre.
Tu sei la luce del mondo. E chi guarda a te,
vede rischiararsi i sentieri della vita;
sono sentieri aspri e stretti, alle volte;
ma sono sentieri sicuri, che non smarriscono la meta,
la meta della vera felicità.
Tu sei Cristo, la nostra felicità e la nostra pace.
Perché tu sei il nostro Salvatore. Amen.
(Paolo VI, La venuta di Cristo, Dal discorso del Natale 1967)
Il Verbo si è fatto carne
Il Verbo di Dio, Dio egli stesso e Figlio di Dio "che era in principio presso Dio, per mezzo del quale tutto è stato fatto e senza del quale niente è stato fatto di tutto ciò che esiste" (Giovanni 1, 2 - 3) è diventato uomo per liberare l'uomo dalla morte eterna. Il Logos ha acconsentito di "farsi carne", di far parte della nostra povertà umana.
"Farsi carne" vuol dire assumere pienamente la condizione umana, accettare di nascere, di morire, di partecipare a tutti gli stati della vita umana nell'ambito della sua storia terrestre. Egli si è abbassato ad assumere la nostra umile condizione, senza diminuire la sua maestà: "Cristo Gesù, pur essendo di natura divina non considerò un tesoro geloso la sua uguaglianza con Dio, ma spogliò se stesso, assumendo la condizione di servo e divenendo simile agli uomini" (Filippesi 2, 6 - 7). E' rimasto quel che era e ha preso ciò che non era, unendo la reale natura di servo a quella natura in cui è uguale al Padre.
La presenza di Dio, la sua santità svelata dagli ultimi tempi si compie nell'incarnazione del Logos, nei gesti rivelativi della sua carne, momento escatologico della gloria di Dio: "abbiamo visto la sua gloria" (Giovanni 1, 14b). La gloria di Dio segno di benignità e dell'amore si è manifestata in modo terrestre: essa è stata "vista" con gli occhi della carne nella vita terrestre del Verbo incarnato: le opere che il Figlio compie sono le opere del Padre, nelle quali egli rivela la sua gloria. In realtà, tutta la vita storica di Gesù porta l'impronta della gloria, ma c'è un' "ora" che costituisce il punto saliente della glorificazione del Figlio dell'uomo: l'ora pasquale.
In Giovanni, il mistero pasquale è la consumazione della discesa del Verbo nella carne. L'abbassamento è collegato al passaggio alla gloria della risurrezione, dove l'intera vita di Gesù è tutto un discendere e un risalire del Figlio dell'uomo, una venuta nel mondo per ritornare al Padre e raggiungere la gloria degli inizi: "E ora, Padre glorificami davanti a te con quella gloria che avevo presso di te prima che il mondo fosse" (Giovanni 17, 5).
In quanto esprime una fase essenziale della venuta di Dio nel mondo l'incarnazione è essa stessa "momento soteriologico": il suo ingresso nella nostra condizione di miseria è per condurre attraverso la croce la nostra carne verso la trasfigurazione. Il Verbo di Dio, fatto uomo attraverso tutto il cammino della vita terrestre conclusa nell'ora pasquale, ora della sua glorificazione, ci ha donato lo Spirito Santo, per cui noi diventiamo partecipi di ciò che egli è eternamente, quale Figlio di Dio.
L'incarnazione esprime un vero essere e divenire della Parola che si fa, per la sua presenza, animatrice della storia stessa verso il momento culminante in cui essa rivelerà pienamente il mistero di Dio.
"Tutto concorre al bene di coloro che amano Dio" (Romani 8, 28)
Vita, morte, gioia, dolore, tutto entra nel grande progetto di Dio: "Egli ha creato tutto per l'esistenza, le creature del mondo sono sane, in esse non c'è veleno di morte" (Sapienza 1, 14).
Ma noi non sappiamo dare una risposta adeguata a tutti i nostri "perché". Possiamo solo "guardare a Lui e saremo illuminati" (cfr. Salmo 33, 6), su tante cose e avvenimenti. Tutto ci ricorda la nostra precarietà, noi siamo ospiti e pellegrini in questo mondo.
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"si rinuncia alla propria vita per far posto in sé alla vita di Dio" (Edith Stein). |
La nostra patria è lassù, dove ci aspetta il Padre nostro. Tutto ci deve portare a guardare in alto, a superare i nostri limiti e debolezze. "Accostiamoci con fiducia al trono della Grazia, per ricevere misericordia e trovare Grazia ed essere aiutati nel momento opportuno". Voi sapete che i tempi e i momenti sono difficili ma Cristo è sceso dal cielo per noi, non ci ha lasciato soli, "la creazione geme e soffre nelle doglie del parto" (Romani 8, 22), ma è già redenta, è già salvata, siamo stati lavati nel sangue di Cristo, Agnello senza macchia, che toglie i peccati del mondo. A Lui lode e onore nei secoli.
La dimensione ecclesiale della vita contemplativa
"Sì mio Amato, la mia vita si consumerà così. Non ho altri mezzi per provarti il mio amore se non gettar dei fiori, cioè non lasciar sfuggire nessun piccolo sacrificio, alcuna premura, alcuna parola e profittare di tutte le cose piccole e farlo per amore...
Questi petali fragili senza alcun valore faranno sorridere la chiesa trionfante che raccoglierà i miei fiori, sfogliati per amore e facendoli passare per le tue mani divine, Gesù, questa chiesa del cielo getterà anch'essa quei fiori, i quali avranno acquisito, sotto il tuo tocco divino, un valore infinito, e li getterà sulla chiesa dolorante per spegnerne le fiamme, li getterà sulla chiesa militante per farle avere la vittoria" (S. Teresa di Gesù Bambino, manoscritto B. 258).
S. Teresa di Gesù Bambino, dottore della chiesa, aveva compreso molto bene la dimensione ecclesiale della vita contemplativa dove ogni azione, anche la più piccola, la più banale, la più nascosta assume un valore redentivo e fecondo e sviluppa tutto il corpo di Cristo che è la Chiesa, se fatta unicamente per amore. È l'amore, infatti, il motore che muove tutto, che purifica, unisce, santifica e spinge il popolo di Dio verso il suo compimento. E queste azioni così piccole sono petali senza valore, sfogliati e abbandonati al vento dello Spirito, clic nelle mani di Cristo si trasformano in una pioggia di grazia per tutta la chiesa.
E così, mentre nel mondo l'uomo si affanna per la propria autorealizzazione in una ricerca sfrenata del benessere personale, del possesso di ogni bene materiale, del successo ad ogni costo, nel monastero la monaca "rinuncia alla propria vita per far posto in sé alla vita di Dio" (Edith Stein: S. Teresa Benedetta della Croce) a vantaggio di tutti. La sua testimonianza di fronte al mondo è quella di mostrare la direzione in cui bisogna guardare, perché ognuno , possa dare uno scopo e un significato profondo alla propria esistenza.
Vivere in maniera più piena e più umana non è un'utopia. Mettere a tacere il proprio io con il suo corteggio di ambizioni, di paure, di orgoglio, di egoismo per vivere come fratelli accettando la diversità e i limiti non è un'utopia, ma è lasciare spazio alla vita di Dio in noi perché Cristo operi in noi e ami in noi. E tutto questo cominciando dai piccoli gesti, i "nonnulla" come li chiamava S. Teresa: un bicchiere l'acqua dato al più piccolo dei fratelli, un sorriso, una carezza. una parola che esprime accoglienza, comprensione, fiducia, rispetto, amore...
Piccoli, banali sacrifici di ogni giorno, piccoli petali fragili senza nessun valore" ma che costruiscono la città degli uomini, il regno di Dio in mezzo a noi. Non ci sono richiesti gesti eroici, superiori alle nostre forze o capacità, ma piccole cose fatte con amore e per amore. Solo l'amore trasformerà il mondo, ma dopo aver trasformato prima il nostro cuore a immagine del cuore di Cristo, mite e misericordioso.
La vita contemplativa
Che senso ha la vita contemplativa oggi? È una domanda ricorrente in chi viene al Carmelo. Tentiamo qualche risposta. Anzitutto chi entra in monastero oggi deve:
*avere un cuore indiviso. Si tratta dello stile di una persona che ama in modo unico e unificante. Si risponde ad una chiamata di Dio - nella scelta particolare della vita contemplativa e vita monastica -. Chi entra si dispone a lasciarsi formare questo cuore indiviso per il Signore e per la chiesa. Chi entra sa di vivere una vita cristiana vissuta in stile di vita contemplativa, con clausura, e quindi significa attualizzare il vangelo di Gesù oggi, lasciandosi afferrare da Dio, per sempre.
*Avere una stabilità di vita. La radicalità evangelica che si concretizza nella vita contemplativa, con clausura, deve offrire una salda stabilità, là dove tutto è instabile e incerto nel mondo. Non la ricerca di sicurezze, di stabilità, di benessere, di vita senza preoccupazioni e senza pensieri, ma una stabilità di vita. Si deve imparare a stare in piedi da soli, a lasciarsi plasmare dalla Parola, a lasciarsi vivere dall'Unico Vivente sempre presente.
*Avere una propria identità carismatica. Nel monastero, quando si entra, si segue già una Regola, un carisma, una spiritualità. Innestarsi in questo progetto, in questo cammino e farlo proprio. Un albero senza radici muore, così una vocazione senza storia, si fonda sulla sabbia. Il carisma, dono dello Spirito alla Chiesa, va vissuto continuamente in un perenne ascolto e un perenne rinnovamento.
*Avere una fedeltà al Vangelo sempre. Mai dimenticare che si entra in Monastero per il Signore, non per il monastero in sé, né per chi già vi abita.
* Avere uno sguardo contemplativo ecclesiale e aperto agli uomini del nostro tempo. I monasteri sono una ricchezza per la chiesa, per le diocesi, per il luogo dove si trovano. I monasteri possono essere luoghi di ristoro dello spirito dove: si ascoltano le persone, si accompagnano le persone, si prega.
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