Carmelo S. Anna - Carpineto Romano
![]() | e maternalità Suor Maria Valentina della Croce |
Introduzione
Quando applicavo il soprannaturale al mio ambito professionale di ostetrica mi convincevo sempre più che esisteva una stretta correlazione e affinità tra il generare e il mettere al mondo della madre nella sfera biologica e il mettere al mondo e il generare nella sfera soprannaturale.
Più volte mi sono ritrovata a fare una trasposizione su un piano soprannaturale, trovando innumerevoli similitudini, delle numerose virtù e qualità umane che osservavo nelle madri che assistevo durante la gravidanza e/o il parto. Spesso mi soffermavo a riflettere sul graduale e affascinante processo di trasformazione che portava la donna dall’io al loro, dal singolare o dal dualismo della coppia alla triade madre, padre, bambino. Era un processo lento che iniziava nel silenzio e nel nascondimento dei primi mesi di gravidanza per terminare in modo forte e dirompente con le doglie del travaglio di parto.
Non è forse iniziata allo stesso modo la vita di Cristo nel grembo della Vergine Madre? Spesso, dovendo assistere travagli di parto che si protraevano per lunghe ore, la mia attenzione veniva catturata dall’alterità e dallo spirito di sacrificio delle partorienti. É forse meno degno di nota lo spirito di sacrificio della vergine che nel silenzio e nel nascondimento della vita claustrale offre tutta la sua vita per guadagnare anime a Cristo? Era uno spirito di sacrificio, quello delle donne gravide, che affrontavano dignitosamente.
Difficilmente se ne lamentavano se non quando il dolore era particolarmente intenso ed in quel caso chiedevano scusa. Nella pausa dal dolore erano in grado di occuparsi del marito, chiedevano degli altri figli o comunque si preoccupavano delle persone che stavano loro accanto e che le stavano assistendo. Che esempio di dedizione, di capacità di attenzione all’altro, di non preoccuparsi di se stesse. Un apostolato a 360° implica un sapersi decentrare, un non avere altra preoccupazione degli altri passando attraverso Dio per avere un una retta visione della vita. Diversamente vorrebbe dire filantropia.
Difficilmente, nonostante la sofferenza, parlavano di se stesse durante il travaglio di parto, preferendo spesso il silenzio al lamento. A quanto detto si aggiungeva talvolta la sofferenza di una gravidanza con complicanze o con esiti negativi. Ha forse meno valore il dolore e la sofferenza offerta insieme con Cristo per la salvezza delle anime di una vergine consacrata? E poi l’immediata capacità di accoglienza della creatura appena nata. Credo non si senta meno accolta un’anima appena varcata la soglia di un monastero o di un istituto di vita consacrata.
Genio femminile – dignità della donna – maternità
biologica e "maternalità"
La maternità biologica e ancor più la "maternalità" della donna difficilmente possono essere scisse e si innestano comunque su di un peculiare genio femminile il cui sviluppo va pienamente favorito in tutti i settori e a vari livelli.
"È necessario anche che la formazione delle donne consacrate, non meno di quella degli uomini, sia adeguata alle nuove urgenze e preveda tempo sufficiente e valide opportunità istituzionali per un’educazione sistematica, estesa a tutti i campi, da quello teologico-pastorale a quello professionale".
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Nella lettera alle donne, datata 29 giugno 1995, scritta in prossimità della quarta Conferenza Mondiale sulla donna che si sarebbe tenuta a Pechino, Giovanni Paolo II delinea con tratti molto netti il genio femminile manifestando una particolare gratitudine alle donne impegnate nei diversi settori dell’attività educativa che vanno oltre l’ambito della famiglia quali: "asili, scuole, università, istituti di assistenza, parrocchie, associazioni e movimenti".
"Dovunque c’è l’esigenza di un lavoro formativo, si può constatare l’immensa disponibilità delle donne a spendersi nei rapporti umani, specialmente a vantaggio dei più deboli e indifesi. In tale opera esse realizzano una forma di maternità affettiva, culturale e spirituale, dal valore veramente inestimabile, per l’incidenza che ha sullo sviluppo della persona e il futuro della società".
Giovanni Paolo II afferma che la principale dimensione del progresso è quella socio-etica che investe le relazioni umane e i valori dello spirito e si sviluppa dai rapporti quotidiani a partire dalla famiglia, propria appunto del genio femminile. E’ fuori dubbio che S. Teresa aveva precorso i tempi attuando una formazione che avrebbe coinvolto non solo donne del suo tempo ma, a distanza, innumerevoli donne di altri tempi.
La maternalità di S. Teresa era così destinata ad essere ad ampio raggio; ne abbiamo un riflesso osservando la provenienza e l’estrazione di donne prossime ai nostri tempi che grazie a lei si sono convertite e avvicinate a Dio: Edith Stein, Julia Kristeva…oppure di associazioni culturali che l’hanno assunta come modello. La vera attività educativa è modello a mio giudizio di quella cui ancora una volta Giovanni Paolo II richiama in Vita Consecrata e che davvero dovrebbe portare la donna nella Chiesa ad una vera maternalità o azione apostolica a 360° quali sono le esigenze attuali.
"Ciò potrà tradursi in molteplici opere, quali l’impegno per l’Evangelizzazione, l’attività educativa, la partecipazione nella formazione dei futuri sacerdoti e delle persone consacrate, l’animazione della comunità cristiana, l’accompagnamento spirituale, la promozione dei fondamentali beni della vita e della pace". Anche l’ultima frase citata è una perfetta riattualizzazione della maternalità di S. Teresa se pensiamo al suo partorire le donne attraverso la scrittura.
Oltretutto S. Teresa è riuscita nella sua impresa senza possedere testi dai quali attingere per scrivere, senza poter leggere la Sacra Scrittura o la biografia di santi carmelitani. Sua caratteristica era un atteggiamento di apertura, di accoglienza, di tenerezza tipici della maternalità.
Il discorso sull’importanza della difesa della dignità della donna non è retorico anche per i Paesi più sviluppati e di livello culturale apparentemente più elevato. Le problematiche sociali in cui le donne risultano essere vittime di abuso e sfruttamento, il cui corpo è utilizzato come merce, sono evidenti agli occhi di tutti. Non meraviglia che i Paesi occidentali o di nome civilizzati, puntino il dito sui paesi definiti in via di sviluppo per elencare problematiche quali l’inferiorità o la non considerazione della dignità della donna rispetto all’uomo, la sua non alfabetizzazione, sino a farla vivere in condizioni che non possano essere considerate degne di una persona umana.
É ben noto quanto nella società attuale vi sia stata una progressiva denaturazione della maternità biologica. Manipolazione e ingegneria genetica, diagnosi prenatale, aborto, aborto eugenetico, tecnologie di fecondazione assistita (inseminazione artificiale, fecondazione artificiale con embryo-transfer), sterilizzazione, sono le problematiche bioetiche più attuali correlate alla maternità biologica.
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ma più "reale", ben più profonda. |
Di fronte al degrado citato è inevitabile una parallela conseguente minore considerazione della dignità della donna e della sua maternalità. La trasposizione sulla donna e sulla coppia di tecniche messe a punto per l’ambito zoologico e botanico come ad esempio la tecnica della fivet sottende inevitabilmente una filosofia ed un modo di concepire la vita che permea gli ambienti in cui esistiamo, dalla famiglia, luogo della primissima educazione, alla scuola, alle Università, agli ambienti politici e di lavoro.
Fa inorridire a mio giudizio il pensiero che il premio nobel per la medicina possa essere stato Robert Edwards, padre della fecondazione in vitro. É una tecnica la cui messa a punto sull’uomo non può nascondere la morte e il congelamento a 196° sotto zero di innumerevoli altri embrioni, sottolineando, per comodità, che si tratta di pre-embrioni e negando loro in questo modo il riconoscimento di dignità di persona umana nei primi 14 giorni di vita.
Del resto il premio nobel è laureato in agraria e specializzato in genetica animale. E’ solo con l’aiuto di un ginecologo che mise a punto la laparoscopia per il prelievo degli ovociti e arrivò alla fecondazione dell’embrione. Cade in questo modo tutto ciò che riguarda la procreazione umana e la trasmissione della vita quale atto di amore tra i coniugi. Diventa allora socialmente normale parlare di maternità sostitutiva, fecondazione artificiale eterologa, fecondazione omologa in vitro e quantaltro come fossero tecniche da potersi utilizzare comunemente.
Alla luce di quanto detto mi sembra determinante il lavoro educativo e di formazione delle coscienze cui si può e si deve mettere mano nelle scuole e nelle Università. Quando nella "Lettera alle Famiglie" Giovanni Paolo II affrontando il problema sull’educazione afferma che l’uomo è chiamato a vivere nella verità e nell’amore e che ogni uomo si realizza attraverso il dono sincero di sé, sottolineando che questo vale sia per chi educa sia per chi viene educato.
L’educazione può esser considerata un vero e proprio apostolato. A causa della profonda relazione che si instaura tra madre e figlio sin dai mesi della gravidanza bisogna sempre considerare una maternità biologica che va di pari passo con la maternalità.
Il problema della denaturazione della maternità biologica e la presenza di surrogati di maternità nella storia di una persona, la porta ad avere inevitabilmente nella vita degli squilibri di tipo relazionale-affettivo che difficilmente possono essere recuperati. Del resto ogni individuo proviene ed è proiettato verso un nucleo familiare e qualora questo venga a mancare o sia instabile la persona perde un suo naturale equilibrio. La filosofia che sottende la denaturazione della maternità biologica e l’attuale basso livello di considerazione della vita umana nascente saranno una delle cause future che a mio giudizio contribuiranno a minare sempre più la maternalità e la stabilità del nucleo familiare.
Conclusioni
Riflettendo sulle personali conclusioni della mia breve esposizione, osservo con interesse, come S. Teresa abbia operato in piccola parte anche con me quella maternalità che ho cercato di approfondire, aiutandomi forse ad iniziare a delineare il mio volto di carmelitana. Ho ripercorso il cammino del come sono stata generata carmelitana e del come potrò generare da carmelitana.
Come ostetrica guardavo sempre con profondo stupore e grande emozione il momento della nascita. Non potevo capacitarmi di essere chiamata ad assistere a questo momento così straordinariamente importante del dare alla luce e del mettere al mondo, momento che si ripeteva più e più volte nello stesso turno di lavoro. Per me era un poter aiutare i genitori a compiere o meglio ad iniziare quella paternità e maternità che derivava loro da Dio. Difficile dire se si trattasse solo di maternità biologica o meglio di intreccio tra quest’ultima e la maternalità. Non credo possa essere definita solo maternità biologica quella in cui i mesi di gravidanza prevedono una relazione così ricca tra madre e bambino da sfociare veramente nella maternalità.
Come docente ostetrica guardavo con grande commozione le giovani studentesse ostetriche che parlavano con una donna in gravidanza, che assistevano ad un parto, che prendevano in braccio un neonato, che discutevano la tesi di laurea. Era un dare alla luce, un generare donne che avrebbero a loro volta aiutato altre donne a dare alla luce. Si trattava veramente di maternalità.
Sulla soglia del Carmelo ho salutato con commozione la persona che grazie alla sua maternalità mi aveva generata a nuova vita. Come monaca carmelitana guardo con gratitudine chi con la sua maternalità mi sta generando a divenire carmelitana. Da maternità biologica a maternalità come ex ostetrica e carmelitana in divenire, credo che il mio nuovo impegno sia quello di pregare e adoperarmi perché la dignità della donna venga rivalutata e considerata nella sua giusta e piena dimensione.
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