Catechesi
del P.Massimo Rastrelli s.j.

Rubrica a cura di Delia Colonnello

Catechesi: indice degli argomenti

Il Fariseo e il Pubblicano

"Due uomini salirono a pregare: uno era fariseo l’altro pubblicano".

Nell'ambito della società ebraica del tempo di Gesù, il pubblicano era ritenuto un profanatore, uno che per ragioni di denaro, di guadagno e di profitto aveva rinunciato alla sua fede, ed era solidale con l'impero romano che occupava Israele. Anzi riscuoteva le tasse per conto dei romani.

Il fariseo era invece un uomo sensibile a Dio; era uno di coloro che avevano voluto seguirlo anche attraverso la povertà. Gesù stesso era amico di molti farisei.

Ora questi due uomini, non solo diversi ma addirittura opposti al cospetto di Dio, compromesso agli occhi di tutti il pubblicano, e fortemente e nobilmente impegnato e meritevole il fariseo, vennero al tempio.

Il fariseo, appartenendo all’élite spirituale, pregava secondo la sua posizione culturale. Si metteva nell’atteggiamento dell’accoglienza e della prontezza rispetto alla grazia che Dio elargisce. Viveva certamente quella preghiera che rende Dio presente alla mente e al cuore.

Il fariseo rispetta Dio e fa la sua preghiera dicendo: "O Dio ti ringrazio". Però dice anche : "Ti ringrazio che non sono come gli altri uomini, ladri, ingiusti, adulteri", assassini menzogneri, pieni di desideri peccaminosi. Attraverso le parole del fariseo noi possiamo considerare un aspetto della nostra società: i ladri, gli ingiusti, gli assassini, gli adulteri, i menzogneri.

Poi il fariseo aggiunge: "non sono neppure come questo pubblicano", cioè sedotto dal facile guadagno e corrotto nel cuore. Digiuno due volte la settimana e pago tutte le tasse, anche le decime prescritte di quanto possiedo".

Il pubblicano si presenta molto diversamente. Entra nel tempio ma rimane in fondo, sotto la porta. Non osa alzare il capo di fronte alla maestà di Dio. Si batte il petto dicendo: "O Dio, abbi pietà di me peccatore".

Gesù dice: "Il pubblicano tornò a casa sua giustificato". Dio ascoltò la preghiera del pubblicano, mentre non accettò la preghiera del fariseo. Domandiamoci: perché Dio non accoglie la preghiera del fariseo? La risposta: perché da questa preghiera traspare il disprezzo degli altri.

Sappiamo che quando Gesù dovette scegliere i dodici apostoli, per costituirli fondamento della Chiesa, non prese soltanto i farisei, ma scelse e chiamò anche il pubblicano Matteo. E Matteo, quando si vide imprevedibilmente ed improvvisamente chiamato, risposte positivamente alla chiamata. Fu pronto a lasciare tutto. E per lui quel tutto significò lasciare l’ottima sua situazione di appalto delle tasse, il suo ruolo sociale, tutto. Toccato intimamente nel cuore, volle mettere a disposizione di Gesù tutto quello che aveva, pubblicamente.

La domenica sera, nalla nostra chiesa del Gesù Nuovo, si celebra la Messa per gli Srilankesi. Se venite a questa Messa, potrete notare un certo numero di persone, talvolta numeroso, che si ferma sul fondo della chiesa. Al nostro invito di avvicinarsi all’altare, rispondono: "Non possiamo, noi non siamo cattolici. Siamo buddisti." Non abbiamo a Napoli la nostra chiesa. Veniamo qui a pregare. Preghiamo, ma non ci riteniamo degni di avvicinarci". Ecco il pubblicano!

Al contrario, nella preghiera del fariseo, c’è il giustificarsi da se stesso. Il fariseo è come se dicesse: "O Dio, tu puoi essere fiero di me. Io sto a posto sotto ogni aspetto." Il fariseo non vede tutti quegli angoli oscuri della sua coscienza dove, alla luce di Dio, ci accorgiamo che siamo peccatori.

Il fariseo non consente a Dio di giudicarlo: si giudica da sé. In questo si pone fuori dall’amore di Dio. In questo sta la sua rottura con Dio. Dio ci dice che dobbiamo comunicare con Lui. Ci dice che non dobbiamo avere vergogna di essere indigenti, bisognosi, incapaci.

Dobbiamo saper chiedere, sapendo e parlando con Lui non chiediamo ad un estraneo, ma al Padre nostro amatissimo: parlando con Dio dobbiamo presentarci nella nostra più radicale ed originaria verità. Dobbiamo presentarci come esseri che neppure esisterebbero se Dio non li avesse per amore chiamati alla vita, come esseri che Dio conserva in vita. Dobbiamo comunicare con Dio con immediatezza, con un tramite non di cultura ma di amore.

Bisogna proprio prepararsi a dire a Dio le parole più semplici, come i salmi ci suggeriscono:

Emigrati dallo Sri Lanka in preghiera,
nella chiesa del Gesù Nuovo

"Oh Di,o tu sei il mio Dio. Tu sei mia roccia! Tu sei mio sostegno. Tu sei mio alto riparo. Tu sei la luce del mio volto. In te come, come nel cavo di una roccia, non corro alcun pericolo. Tu sei mio saldo fondamento: tu sei il mio sostegno per l’eternità. Nelle tue mani o Padre, affido la mia vita, ed anche - nell'ora della morte - il mio spirito. Tu mi impedisci di cadere, tu mi esaudisci. Ti ho invocato e mi hai risposto. Mi hai esaudito. Non tacerò nella grande assemblea. Annuncerò e proclamerò i tuoi prodigi. Canterò il tuo amore."

Il Signore è giudice e non vi è presso di Lui preferenza di persone. Non è parziale con nessuno, anzi ascolta soprattutto la preghiera del povero. Dio non trascura la supplica dell’orfano né della vedova che si sfoga nel suo lamento.

Chi adora Dio sarà ascoltato con benevolenza. Dobbiamo realizzare con Dio un rapporto vivo e affettivo, come tra persone vive. Dio infatti è persona viva, presente, sia nel Padre, sia nel Figlio sia nello Spirito Santo. A Dio dobbiamo "strappare" la grazia. Ricordo che in questa nostra chiesa venne un uomo violento, e rivolto a S.Giuseppe Moscati disse: "Professore! Io non ho fede. Non credo in Dio. Sono una bestia!. Ma tu devi aiutare mio figlio. Mio figlio è malato, deve guarire. Se mio figlio non guarisce vengo e sfascio tutto."

Due giorni dopo tornò trasformato, si recò nella sala Moscati e disse: "Mio figlio è guarito. Ma anche se sono un miserabile, non posso più essere quello che ero. Non so più fare quello che dovrei fare. Non so più cosa debbo fare".

Questa è la preghiera del pubblicano: è un uomo umile, un uomo forte. La sua preghiera va oltre le nubi. Raggiunge efficacemente Dio che non si vede. Il pubblicano fa quella preghiera "che non si accontenta finché non è arrivata a Dio, finché non sia stata esaudita".

La preghiera vera deve essere fatta in questi termini di fede, di bisogno, di richiesta verso un interlocutore ritenuto e in realtà presente e attento. La preghiera deve aggredire le situazioni impossibili e disperate, per capovolgerle in termini oggettivi di realtà. Deve cambiare il senso di una storia, dei fatti. Deve fare intervenire l’Altissimo. Così la preghiera è una cosa veramente straordinaria.

L’Altissimo interviene e rende soddisfazione ai giusti: ristabilisce l’equità per annientare l’iniquità. Gesù ci ha insegnato a morire donando la vita con un’offerta libera e generosa. Anche la morte, come ogni altro evento della vita, è un vento propizio, è il momento giusto per sciogliere le vele. San Paolo dice al termine della sua vita: "Ho combattuto la buona battaglia."

Volgiamoci a Dio in un atteggiamento di forte richiesta , con amore. Dinanzi a Dio che s’impegna per ciascuno di noi e che impegna ciascuno di noi nell’amore, chiediamo la grazia di una preghiera fatta bene come quella del pubblicano. E’ necessaria una preghiera che non si perda nel materialismo di questo o di quell’altro interesse caduco, ma che vada al problema sostanziale della vita, che è in Dio, nella vita eterna. Col pubblicano diciamo nell’intimo del cuore: "O Dio, abbi pietà di me peccatore".

E’ in causa la mia stessa identità e il mio futuro presente, storico, terreno ed eterno.

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