La chiesa di Maria SS.Annunziata Otello Marcaccini | ![]() |
Dal volume di Otello Marcaccini: "Aliforni di San Severino Marche",
edizione a cura del Prevosto Don Domenico Martini, San Severino Marche 1947
Il Castello --
Il nome -- La Rocca -- Un po' di storia
L'antica Chiesa prepositurale -- La nuova Chiesa -- La decorazione del 1911
Il Castello di Aliforni dista da San Severino 12 chilometri, ed è uno dei meglio conservati della regione. Essendo a quota 618 metri sovrasta tutti gli altri centri abitati, superato solo da Elcito. Chi, venendo dalla città, segue la via quasi sempre in salita che conduce ad Apiro, non può non alzare lo sguardo a quella torre scura che domina sull’orizzonte, su una collina che s’innalza solitaria e si spinge al di sopra del Musone a guardia delle vicine montagne. La collina di durissima arenaria appare ora vestita qua e là di querce che una volta la dovevano tutta ricoprire, e che abbattute la maggior parte, hanno dato luogo a campi ubertosi che si spingono sin sotto le mura del castello.
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[Foto: Elisabetta Nardi] |
Dalla sommità di esso si stende un vastissimo panorama, a perdita d’occhio: la lontana Maiella, il Gran Sasso e i Sibillini bianchi per la maggior parte dell’anno, San Ginesio, Fermo con le sue colline disseminate di paesi, le vallate del Chienti e del Potenza, Colleluce, Pitino, i monti del Cingolano, Apiro. Cupramnontana, Rotescio, Domo, Frontale, Elcito, Isola, Castel S.Pietro, il rosso monte della Serra, il S.Vicino con la sua cerchia di monti minori, quelli che sovrastano Matelica, Pioraco e Camerino e paesini e casolari sparsi per ogni dove, che al sole del mattino o del tramonto, si illuminano e si stagliano sul verde o sulle roccie rossastre dei monti più lontani.
D’ordinario i nomi di località vanno riferiti a qualche personaggio o famiglia che vi ha signoreggiato, a qualche santo particolarmente venerato o a cui ha dato i natali, a qualche particolarità topografica, o a ciò che in esse vi è di caratteristico. Quello di Aliforni si può congetturare che derivi dal nome romano Calpurnio. Ad avvalorare tale congettura, giacchè nessuno storico locale parla dell’origine del nome, si può citare una iscrizione, dalle cui poche lettere rimaste si può desumere l’alterazione, attraverso i secoli, del nome romano Calpurnio. Ad ogni modo il nome attuale appare la prima volta in un documento di vendita del 1257.
Le Marche hanno conservato assai meglio di tante altre regioni, numerosi e considerevoli segni dell’origine e dell'aspetto medioevale. Ed è a questo periodo che appartengono le numerose opere militari della zona. Nella regione non vi furono grandi feudatari e grandi Comuni. Perciò i nostri Castelli con le loro mura assumono in sostanza l’aspetto delle fortificazioni romane, cioè dei castra statica, con recinti a salienti e rientranti, rafforzati da torri e comandate da una rocca di cui la torre maestra era l’organo essenziale di dominio e di difesa. I Castelli dislocati nel territorio sanseverinate non rappresentano che opera di difesa per popolazioni riunite sotto l’insegna delle libertà comunali o sotto il dominio di qualche Signorotto.
Il Castello di Aliforni credo abbia questa origine, cioè un fortilizio spinto in avanti, quasi a guardia della Valle di S.Clemente che si estendeva dal fiume Musone sino ad Apiro, con sede principale questa località, e che nei vari secoli sia passato sotto varie dominazioni, incorporandosi al Comune di San Severino, nel 1257.
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[Foto: Elisabetta Nardi] |
L’imponente perimetro di circa 240 metri non è a pianta regolare, ma grosso modo elicoidale. Nell’angolo formato dal lato minore meridionale e dal lato occidentale si eleva, quasi intatta, la Torre di vedetta, alta nella parte che guarda a nord circa 22 metri e nella parte esterna, a piombo sulla roccia, circa 25, con pochissime aperture e feritoie. Essa è a pianta quadrata, misurando ogni lato metri 6,50. Sulla sommità si ergeva la piattaforma merlata dell’altezza di metri 5, ora completamente distrutta. L'interno è diviso in 3 ripiani sovrapposti, accessibili mediante scale mobili, aereati e illuminati da rare piccole aperture.
Nello spazio interno delle mura, divise da strette viuzze, rimangono ancora edifici medievali, resti di un complesso più imponente, con basse porte ad archi ogivali in pietra arenaria o in cotto con delicati disegni geometrici. Interessanti sono gli abbeveratoi situati accanto alla torre di vedetta, scavati nella roccia. Un fossato, ora riempito, che circondava le mura, gli alti scogli che affiorano al di fuori di esse e che hanno dato una così caratteristica configurazione alla pianta, contribuivano a rafforzare la difesa del munitissimo Castello.
A differenza di altri costruiti in laterizio, il Castello di Aliforni è costruito interamente in possenti e rettangolari blocchi di arenaria, uniti uno sopra l’altro con un tenacissimo impasto di calce e pietrisco.
Sembrerebbe che il Castello di Aliforni fosse appartenuto, data la sua relativa vicinanza, sin dall’origine al Comune Sanseverinate; invece sino al 1257 esso appartenne ai Vescovi di Camerino. È un periodo di storia medioevale assai confuso e di cui non ci restano che pochi documenti sui quali basare gli avvenimenti storici.
Dopo la caduta nel 476 dell’Impero romano d’Occidente per opera di Odoacre, e la sconfitta di costui a Ravenna nel 490 da parte di Teodorico capo dei Goti, i Longobardi, invasa gran parte d’ Italia nel 569, combattendo aspramente contro le truppe degli Imperatori d’Oriente, vi affermarono il loro dominio sino al 774, dando ad essa una nuova forma amministrativa.
Difatti Alboino, re dei Longobardi, divise il territorio italiano occupato in ducati. I duchi non erano altro che dei capi militari. Il Regno Longobardo poteva quindi dividersi nei seguenti ducati. Ad Oriente quelli del Friuli e del Trentino; ad occidente quelli di Ivrea, Torino e Liguria. Nell’ Italia centrale i ducati della Tuscia e la piccola Longobardia, cioè il ducato di Spoleto, Benevento e il principato di Salerno.
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[Foto: Elisabetta Nardi] |
Che cosa restava allora all’Impero dopo le sanguinose lotte degli anni precedenti? L’Esarcato di Ravenna, la Pentapoli marina con Ancona, Rimini, Pesaro, Fano, Senigallia. A Roma, Gaeta, Taranto, Siracusa, Cagliari, ed altri luoghi minori, l’esarca aveva collocato dei duchi o maestri di milizia.
Il ducato di Spoleto comprendeva oltre la città omonima il territorio di Camerino, occupato dal Duca Ariulfo nel 601, e con ogni probabilità anche Castrum Regale (poi nominato San Severino) con il territorio circonvicino.
Nel 754 il Re franco Pipino, chiamato in Italia da Papa Stefano III in aiuto contro Astolfo Re dei Longobardi, donò alla Repubblica e Chiesa Romana l’Esarcato, la Pentapoli e i ducati di Spoleto e Benevento, donazione che venne confermata nel 774 da Carlo Magno. Quindi si ebbe il Marchesato di Spoleto e Camerino, a cui San Severino fu soggetto fino a che i Vescovi di Camerino non esercitarono su di esso anche un dominio temporale.
I Re Carolingi del secolo IX e i successivi cercavano d’ingraziarsi albati e vescovi, dai quali ottenevano l’elezione al trono d’ Italia, dando ad essi immunità, privilegi e diritti temporali sui territori delle loro Diocesi e dei loro Monasteri. Ecco perché San Severino e il suo territorio, donati dai Re d’Italia ai Vescovi di Camerino, furono ad essi soggetti. Ciò appare chiaramente da un diploma del Vescovo Lorenzo, il quale nel 1119 dà in enfiteusi a Guarnieri, Marchese di Camerino il Castello di San Severino con tutta la sua corte, il Castello di Pallorito con tutte le sue pertinenze, i Monasteri di San Lorenzo in Doliolo e quello di Domora chiamato ora delle "Grotte di S.Eustachio".
Il perché Lorenzo cedesse questi Castelli e Monasteri appare dal Diploma stesso, giacché il Vescovo si assicurava quale difensore della sua Chiesa il Marchese Guarnieri. Era il tempo in cui le Città italiane, scosso il giogo feudale ed imperiale, innalzavano il vessillo delle libertà comunali: quindi lotte interne, lotte tra comune e comune. Il Vescovo Lorenzo avrà avuto timore di immischiarsi soprattutto nelle faccende interne del turbolento Castello di San Severino, che inizia il suo fermento di libertà, eleggendo poco dopo i suoi consoli, e lo cedette ad una mano più forte, al Marchese Guarnieri. Era nel suo pieno diritto.
Appare chiaro come i Vescovi di Camerino a poco a poco cedessero ad altri il loro territorio. Il Castello di Aliforni, certamente coevo a quello di Colleluce, rimase in loro potere sino al 1257, quando il Vescovo Guglielmo, costretto dalle continue spese per la sua Chiesa e dai debiti da pagarsi agli usurai (come è scritto nel relativo diploma), o forse sollecitato dal Comune di San Severino che non vedeva volentieri incuneato nel proprio territorio questo Castello che tutto lo dominava, lo vendette allo stesso Comune, con il poggio sottostante, con tutti i diritti reali, personali, per 600 libbre ravennate ed anconetane.
Nel 1409 il Castello di Aliforni venne assai rovinato, come racconta Leonardo Franco nella sua cronaca manoscritta. Il Rettore della Marca, per mettere un po' d'ordine e ridurre sotto la diretta giurisdizione dello Stato Pontificio la città di San Severino, preparò contro di essa una spedizione, con un buon numero di fanti di Cingoli, 100 fanti di Apiro con 30 cavalli carichi di vettovaglie e con 500 guastatori.
Il primo giorno posero il campo ad Aliforni, il cui castello, assalito ed occupato, venne ridotto in rovina. Si preparava l'assedio contro la Città, ma San Severino si era posta in buona difesa, e con l'aiuto provvidenziale di Martino da Faenza, sopraggiunto con 1.150 cavalli, poté in tre giorni far togliere l'assedio.
E sempre vero che gli avvenimenti nella storia si susseguono e si ripetono come le onde di un mare in burrasca. Chi avrebbe mai pensato che i ruderi del Castello di Aliforni, quasi a distanza di 5 secoli, fossero stati spettatori di altre lotte e baluardi di altri combattenti, diversamente armati ma ugualmente pervasi dà spirito combattivo?
Difatti nella guerra di liberazione, nel giugno del 1944, formazioni partigiane si attestarono nel recinto del Castello di Aliforni e impegnarono una battaglia contro truppe tedesche dislocate ai di là del Musone, che si dovettero allontanare senza aver conseguito nessun risultato tattico.
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