"Cara Sorella..." - II
Lettere di Edmondo Aroldi a una monaca (1983-1995)

Emanuela Ghini o.c.d.
[Testo tratto dall'introduzione del volume omonimo, pubblicato dalle Ediz. San Paolo]

Premessa -- Il tema di fondo: la kierkegaardiana "malattia mortale" -- Chi era Edmondo Aroldi?
L'interlocutrice di Aroldi: Suor Francesca
Società che cambia e ricerca di valori -- Esigenze di assoluto
"Chiedere ... a chi poi?" -- Notizia sull'autrice

Società che cambia e ricerca di valori

E interessante richiamare alcuni temi ricorrenti di queste confidenze, rivelatrici dell'uomo e della sua, sempre da lui contestata, nobiltà.

"Laico, pagano, cinquantacinquenne... dopo essere stato cattolico, poi comunista, ho la sufficienza... di aver raggiunto... quella saggezza nonsensistica che è tipica della tradizione inglese del fool (in termini nostrani: un Bertoldo, scettico e intellettualizzato)" (L.3).

Così Edmondo Aroldi si presenta a suor Francesca. La sua "saggezza nonsensistica" l'induce alla sincerità: una sincerità a volta spietata, anche se sempre ironica. Le ambivalenze di Aroldi sono vere, come il suo culto/disprezzo del potere.

"Adesso, dal mio punto di vista del potere e dell'autonomia, comincia il peggio... dovrò curarmene cotidie, senza permettermi una distrazione. Ed è un affaraccio,... perché io sono altrove, e del potere (di questo potere) e dell'autonomia (di questa autonomia)... non me ne importa niente" (L.21).

"Davvero mai niente di nuovo sotto il sole, eppure la pianta uomo ha sempre la capacità di sorprendersi..."
Foto: Suzanne Crête

"Io sono altrove". Allusione a una dimensione altra da quella pure impegnativa del suo appassionato e appassionante lavoro. Dimensione poliedrica, in cui convive una sorta d'impazienza esistenziale alternata a avvilimenti desolanti, e una penosa avvertenza del cambiamento epocale di questo scorcio di secolo.

"La seconda guerra mondiale ci ha scaraventato nella modernità novecentesca, mezzo secolo di guerra fredda e il comunismo si sfalda per implosione. Dall'89 in avanti "cerchiamo noi stessi". Vagheggiamo di valori (quali?!), di cose a cui ridare un significato, di Fede e soprattutto di Speranza. La Carità non è nemmeno più un valore, o è pelosa solidarietà politica o è pratica penitenziale di vita, o è addirittura puro e semplice volgare "buonismo"" (L.45).

L'esperienza di questo vuoto di valori, in una coscienza esigente e con forte dimensione etica, potenzialmente religiosa anche se non educata all'ascolto del Vangelo, non facilita in Aroldi l'accoglienza di una pace, che non escluda la ricerca, ma anzi la motivi e la guidi. Egli a tratti gode della sua irrequietezza: "Solo gli imbecilli sono appagati (o felici), solo i laidi borghesi, le "anime chiuse" non soffrono di inquietudine" (L.8).

"Un forte stato depressivo da tre mesi mi sta devastando... Vegeto passivamente" (L.20). "Ho una specie di sentimento di "vuotezza completa". Mai come in questi ultimi tempi me ne sto seduto senza niente dentro, in attesa di andarmene all'altro mondo... Una sorta di indifferente, irresponsabile e indecifrabile attesa" (L.38).

In questa dimensione di "vuotezza completa", di aridità dolorosa, entra anche la paura della vecchiaia, che Aroldi ritiene un "inferno" (L.2) e di cui parla in modo amarissimo: "I vecchi sono morti in sospeso, nessuno li vuole per i piedi e non si fanno compagnia fra loro" (L.41). Si accusa di "invecchiare male: "La vecchiaia mi pesa, gli acciacchi mi affliggono e non so combatterli, il tempo mi passa accanto senza che ne percepisca minimamente lo scorrimento" (L.39). "Sono entrato nel sessantottesimo anno di età, soffro di un qualche rimbambimento e affanni e malanni... In somma e in breve faccio un po' di fatica a stare al mondo" (L.43).

Ma la "ferocia" con cui Aroldi dice di vivere la tarda età si coniuga nondimeno, come suo malgrado avverte e ammette, con squarci di serenità: se "la vecchiaia non offre scampo" (L.45), la vitalità intellettuale offre comunque delle insperate risorse che la rendono, almeno a tratti, se non gradevole, accettabile: "Ho imparato ad accettare l'anzianità, mia e altrui, come uno status increscioso ma vivibile" (L.27).

"Si sa che viviamo da folli su un folle tappeto volante; davvero niente, mai niente di nuovo sotto il sole, eppure la pianta uomo ha sempre la capacità di sorprendersi, di stupirsi, di essere convinta che ci sarà un meglio a venire dopo il peggio che è venuto" (L.39).

Fino all' ammissione più profonda, fatta quasi in sordina ma rivelatrice della bellezza di una coscienza: "Invecchiare mi regala una comprensione amichevole per me stesso, un'insensata tenerezza per la parte di me che appartiene all'ombra" (L.43). Dove "ombra" non è solo, junghianamente, la parte inconscia della personalità, connotata da caratteri che l'Ego cosciente tende a ignorare o a rimuovere. È invece espressione sapiente - egli lo sa bene - di una profonda pietà per tutto l'umano. L'atteggiamento più compiutamente umano (e cristiano) che si possa assumere verso ogni vivente. Cominciando da se stessi, dall'accoglienza di un io povero, disarmato, che non si vergogna della sua debolezza, luogo della sua vera forza. Finalmente ricevuta, accolta da altrove. Dalla luce che spesso ha illuminato, a volte per contrasto, a volte con bagliori nell'ombra, anche la vicenda umana di Edmondo Aroldi.

Esigenze di assoluto

Lo spirito religioso di Aroldi, inappagato da ogni forma di rivelazione, insofferente delle forme deteriori di un cristianesimo che vedeva talvolta espresso in modi discutibili e perfino magici, le sue grandi esigenze di assoluto, un assoluto incarnato in realtà umane persuasive e trasparenti di Dio, l'indussero progressivamente, dopo ma già durante gli ardori della giovinezza, a divenire vittima della noia. Una delle ammissioni più insistite nelle sue lettere a suor Francesca è il peso della noia, del taedium vitae:

"Ora sono, più che desolato, vuoto o svuotato, un pocolino "inerte". In particolare: non ho più voglie, curiosità, giuochi. È molto brutto, in senso etico, sentirsi così, grigi e insensati, senza rimpianti, senza rimorsi, senza speranze. Stare nel quotidiano, non immaginarsi domani... è sfibrante, sciocco, vano" (L.31).

Aroldi tenta di reagire alla noia, di difendersene cercando nel lavoro un diversivo al suo appiattimento: "Rintanato nella mia stanza d'ufficio, lavoro con empio fervore dalla mattina alla sera... Operare bisogna, operare" (L. 14). Ma il gioco è scoperto, Aroldi ha occhi troppo acuti per non scorgere il vuoto che mobilita tutte le energie: "Mi divora un'insolita fretta di andare incontro non so a chi e a che cosa. E un vuoto attivismo, una consapevole arte/scienza di agitarsi per/nel nulla" (L.18).

Deserto, solitudine che pone in modo radicale, senza scampo, davanti al fondo di sé, e non lascia alternative: o il tutto di Dio o il nulla, che pure ne è sua somma espressione. Quando non sia assolutizzato come tale, cedendo a una "tentazione" a cui Aroldi non sa sottrarsi. Se afferma di "vivere con retorica la sua solitudine" (L.39), di fatto la vive concretamente, senza speranza: "Si nasce e si muore soli. E si soffre soli, non ci sono conforti o lenitivi di alcun genere" (L.31).

Se subisce la seduzione e la magia del deserto, ne sperimenta anche tutto il dramma: "Questa storia del "deserto", del "potente deserto" è di una "seduzione" indescrivibile, specie per chi ha il deserto "dentro"" (L.10). "Se il "deserto claustrale" è densissimo di "fermenti", il deserto del mondo, se pur atroce, è di una ricchissima aridità, che spesso mi esalta" (L.11).

Il Carmelo di Savona

La sincerità di Aroldi è totale. Il salto nella fede è per lui un'assurdità insuperabile. Ma il tormento con cui vive l'insuperabile è metafisico: "Penso spesso alla morte, ma è un evento che non riesco a comprendere. Riesco a giungere fino al punto di dare un significato per così dire metafisico alla parola "fine". Mi sembra assurdo pensare a una vita dopo la vita, per non parlare poi di una risurrezione (addirittura della carne)" (L.43).

Il cristiano non crede a un'astratta risurrezione, ma a Gesù Cristo crocifisso e risorto. A un evento che è Persona, Gesù di Nazaret figlio di Dio. Edmondo Aroldi, pur animato da un grande senso del mistero, ha ritenuto di leggere in Gesù un esotismo per lui incomprensibile: "Gesù è troppo "esotico" per la mia testa e i miei gusti intellettuali e letterari" (L.25).

Ma il suo drammatico percepire la morte come il grande salto "nel nero-nero, nel buio-buio... dove tutto finisce, si scioglie, s'annulla, si cosifica" (L.21), mostra la ricerca inquieta e delusa, mai sazia, di un esito diverso della vicenda umana.

Quella che egli chiama "la favolistica dei monoteisti" non è solo affascinante: la vertigine a cui apre è di pace, non è quella ossessionante del nulla, vissuta da Aroldi con ritornante intensità: "La vertigine del Grande Nulla non è meno affascinante della favolistica dei monoteisti: un grande salto nel vuoto da cui proveniamo e la fine di tutto, delle passioni e delle miserie umane" (L.45).

"Chiedere ... a chi poi?"

Davvero questo l'orizzonte di Edmondo Aroldi?
La sua insistenza sui grandi temi umani denuncia l'opposto dell'acquiescenza all'ateismo. Aroldi non ha mai capito il Divino perché non ha ceduto all'avvertimento, che pure ha avuto con lucidità, dei limiti della ragione. "Anch'io vorrei avere, se non certezze, almeno speranze. Purtroppo non sono neppure "tentato" di darmi conforti in questa direzione... Ma le ragioni della ragione... mi appaiono altrettato insensate, nel significato letterale del termine, di quelle fondate sulla religiosità" (L. 4).

Al Divino, o meglio a Dio, ci si arrende, percepiti i limiti di una ragione le cui ragioni sono, appunto, "insensate", perché presuntuose e impotenti. Aroldi ammette: "Il Divino è sempre stata la mia passione: mi perseguita: ma è un divino tutto terreno (non umano: gli uomini non saranno mai Dei)" (L.21).

In Gesù di Nazaret Dio sposa l'uomo e il cosmo e apre all'uomo la possibilità della divinizzazione. Aroldi non giunge alla resa - "chiedere... a chi poi?" (L.27), ma avverte con nostalgia la dimensione di un abbandono che gli sembra assurdo - e lo è, dove si radicalizzi la limitata ragione umana - e gli orizzonti infiniti a cui apre: "Il... Grande Mare della fede, la delizia di credere perché è assurdo, di operare e di sperare... Che formidabile soluzione" (L.21).

Aroldi non è stato "un ometto". Un uomo col suo travaglio e una grande tensione a una pienezza/bellezza altra da quella che ha sperimentato e che non gli è bastata. È stato attento, recettivo, aperto all'altro da sé: "Baget è riuscito con le parole a trasmettermi una possibile via di comunicazione con il Divino" (L.27); acuto nell'affermare: "Si conosce l'amore diventando pazzi" (L.25, Lucrezio), cioè superando l'angustia dei limiti umani; umile nell'ammettere l'esistenza di doni non ricevuti o rifiutati: "quello della Voce (udita) e della Vista (che vede-tocca-sa)" (L.27). Alludendo, certo senza avvedersene, a un testo di Giovanni vertice del Nuovo Testamento: "Ciò che era fin da principio, ciò che noi abbiamo udito, ciò che noi abbiamo veduto con i nostri occhi, ciò che noi abbiamo contemplato e ciò che le nostre mani hanno toccato del Verbo della vita... quello che abbiamo veduto e udito noi lo annunziamo anche a voi" (l Gv 1, 1.3).

Anche Edmondo Aroldi è stato, a suo modo, nel suo stile bizzarro, di dandy scettico e apparentemente beffardo, un cercatore di Dio. Una sorta di anomalo annunciatore dell'angoscia di un'incompiutezza che nulla di umano appaga. Si annuncia anche con la passione di una ricerca non volontariamente perseguita - quando mai può essere diversa? - perfino apparentemente negata. Anche se Aroldi non ha mai misconosciuto quella che ha chiamato "la sua deprecabile sete di Assoluto" (L.18).

Mi piace chiudere questa introduzione alle lettere di Edmondo Aroldi a sorella Francesca con alcune parole sue, che sono al cuore dell'annuncio cristiano: il suo riferimento alla "Pasqua, così incredibile, bella e misteriosa, colorata, piena di pie donne" (L.41). Il richiamo non è solo estetico.

L'incredibile può far naufragare l'angusta misura del credibile, e la bellezza misteriosa della Pasqua di Cristo può rifulgere al di là di ogni limite umano e accogliere e saziare la fame di verità di ogni vivente.


Notizia sull' autrice

Emanuela Ghini, monaca carmelitana scalza del Carmelo di Savona, è nata a Bologna, dove si è laureata e ha iniziato la carriera accademica in filosofia teoretica.

Oltre a vari lavori in collaborazione, ha pubblicato: Lettere di Paolo ai Tessalonicesi. Commento pastorale (EDB, 1980); Scandalo di un amore senza frontiere. Il libro di Giona (LDC, 1982); Vivere é bello. Appunti per una biogralia di Benedetta Bianchi Porro (Rizzoli, 1984;1994. Premio Assembiaggio Milano-Spoleto); La voce della colomba. Breve parabola (Jaca Book 1986;1990) finalista della VI edizione del premio letterario "Convegni Maria Cristina". Giovanni Battista Montini - Maria Vittoria Rossetti: Lettere (1934-1978) (Rizzoli, 1990); Il cigno. Rilettura di una fiaba di Andersen (Jaca Book, 1990; 1995; prossima traduzione in spagnolo); Lettera ai Colossesi. Commento pastorale (EDB 1990); Elisa. La via della montagna (Piemme 1992); Oltre ogni limite. Nazarena monaca reclusa (1946-1990) (Piemme 1993); Il vecchio lampione. Andersen rivisitato (Jaca Book 1997); Vie di preghiera. Testi dei Padri del Deserto (Città Nuova 1999); Il segreto dei Chassidim (Piemme 2001); Sui campi di Betlemme. Il libro di Rut (Portalupi editore, 2001). Ha curato, di Giacomo Biffi, La meraviglia dell'evento cristiano (Piemme 1995); e Ripartire dalla verità (Mondadori 1997; prossima traduzione in tedesco).

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