"Cara Sorella..." - I
Emanuela Ghini o.c.d. |
Sono 45 le lettere che Edmondo Aroldi scrisse a sorella Francesca, carmelitana scalza, durante gli anni 1983-1995. Non sono né vogliono essere testimonianza di un dialogo fra un non credente e una monaca cattolica, ma piuttosto segno di un'"amicizia sacro-laica", come pittorescamente e comicamente la definiva Aroldi. Espressione di uno spirito in ricerca, insonne e mai appagato, come ogni spirito consapevole.
Vogliono costituire soprattutto un tributo di gratitudine per una persona estrosa e originale, apparentemente snob, a tratti anche scontrosa, ma ricca di un'umanità calda, nobile e coraggiosa. Capace di stupori infantili e impensabili tenerezze. Attratta da prospettive infinite.
Ne emergono baleni di una storia interiore che può appartenere a chiunque - con timbri e modulazioni diverse - ricerchi le ragioni del vivere, e al di là di ogni umana stanchezza, noia, depressione, si lasci provocare da domande che, anche rimosse, non cessano di interrogare e sfidare le ragioni di una ragione che non si basta.
Aroldi non si è accomodato a traguardi raggiunti, è stato critico di un mondo pieno di luccichio e di opulenza, che sazia ma non nutre. E tanto spesso si chiude alla possibilità di cogliere un significato che egli, disincantato ma capace di incantamento, sensibilissimo, aperto a ogni valenza religiosa, ha cercato tutta la vita. Proteso verso una grazia che non ha incontrato nella persona di Gesù Cristo, ma di cui ha comunque avuto percezioni vere e lampi che l'hanno acceso di commozione e di gratitudine.
Il tema di fondo: la kierkegaardiana "malattia mortale"
"Uomo dolce, letterato nell'anima" (Gianni Baget Bozzo), Edmondo Aroldi amava i libri dal loro nascere, ne sentiva con straordinaria empatia la molla ispiratrice, ne intuiva l'impatto sul pubblico, ne seguiva gli sviluppi, ne curava la diffusione con un'attenzione indefessa, ne prevedeva spesso l'esito. Più della metà delle sue lettere a suor Francesca (quelle del primo anno e mezzo) mostrano la cura per una di queste sue creature vive. "I libri sono segni. E anche sogni" (L.27). Li accoglieva, promuoveva e proponeva con un interesse inesauribile, capace di suscitare grandi entusiasmi.
Un altro nodo, a un diverso livello, è il rapporto figlio-madre. La madre di Aroldi è la donna di cui si parla più di ogni altra nelle lettere; la monaca a cui egli scrive ascolta e accoglie, forse provoca, con atteggiamenti di una femminilità che si può solo intuire e appare per incavo, la rivelazione di questo affetto potente: un amore filiale totalizzante, presentato con una gamma di emozioni e una precisione di stati d'animo che coinvolgono e commuovono. E non cadono mai nel patetico. Nonostante la passione che traluce, e a volte lo struggimento, la pagina della lettera non ha sbavature, non cede a ridondanze. L'intensità non le consente eccessi. Affiora la verità di un sentimento assoluto, dominatore, e pure dominato da una sorta di distacco intriso di sofferenza.
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| Una delle celebri vie del centro storico di Bologna, cittą di Edmondo Aroldi |
Il terzo nodo, al livello più profondo, è quello della ricerca spirituale. È costituito da fili prima discontinui, emergenti qua e là, quasi casualmente, da fondali ironici e a volte beffardi. Ma dopo alcuni passi si svincola dal resto e occupa l'intera scena, prepotente come un ondata a cui non si oppone più resistenza, a cui anzi si finisce con l'abbandonarsi.
Dalla lettera 27 (1985) e per l'arco temporale di un decennio (1985-1995), fino a dieci mesi dalla morte, il registro delle lettere è la ricerca spirituale. Una ricerca che da un primo rapido accenno nella presentazione che Aroldi fa di sé a suor Francesca come di "laico, pagano" (L.3), che è confessione e al tempo stesso atteggiamento difensivo, giunge, nella seconda parte delle lettere, a uno sviluppo forte, spazioso, dilatato in tante direzioni.
Tutto fa nodo intorno alla "malattia mortale", che Aroldi tenne sempre nascosta, anche se poteva affiorare da una sorta di rifugio nell'ombra che egli progressivamente ricercò.
E' proprio la kierkegaardiana "malattia mortale" il tema più fondo e più insistito delle lettere di Edmondo Aroldi a suor Francesca.
Chi era Edmondo Aroldi?
Nato a Bologna il 29 agosto 1928 da famiglia borghese, dopo il liceo classico il giovane Aroldi si rifiuta di iscriversi all'Università e si tuffa in letture ed esperienze di ogni genere: "Ero una testa in disorganizzato fermento" (L.18). Frequenta ambienti cattolici: la Congregazione Mariana guidata da padre Giorgio Flick - e, in seguito, comunisti.
Nel 1956 inizia la sua carriera alla Sansoni di Firenze, passa poi, a Milano, alla Garzanti e alla Sugar, dove pubblica Beckett, Burroughs, Lukacs, e al Saggiatore di Alberto Mondadori (1968-1975). Per 17 anni (1975-1992) è responsabile della Saggistica e successivamente anche della Narrativa italiana alla Rizzoli. Gli ultimi anni diviene apprezzato consulente della Longanesi fino alla morte, avvenuta il 29 agosto 1996.
Non c'è quasi scrittore italiano che non abbia conosciuto Aroldi, e che non ne abbia percepito lo spirito acuto e irrequieto, l'intelligenza vivacissima e bizzarra, la cultura vasta ed ecclettica, la sensibilità grande e fragile, capace di improvvisi entusiasmi e di cupi abbattimenti.
"Dandy beffardo e umorale in grado di tenerezze e commozioni quasi infantili, [...] ha attraversato l'editoria italiana e il mondo letterario da un lato badando a non apparire (gli piaceva definirsi, con una punta di civetteria, "l'eterno secondo"), dall'altro divertendosi a stupire, anche scandalizzare".
Quest'uomo che afferma: "Adoro l'ambiguità" (L.5), sa di fatto di esserne preda, anche se si diverte a cederle, ma è consapevole della vacuità del gioco: "Non sono "finto", sono artefatto, snob, ma proprio nel senso di "sine nobilitate"" (L.12).
In realtà, Aroldi è un uomo nobile e pieno di umanità, lucido sui suoi limiti, anche dove sembra pavoneggiarsene: "Sono lievemente autoironico, faccio un'apologia negativa di me stesso, ma... è pur sempre un'apologia" (L.6).
Persona complessa e problematica, a volte posseduta da un'insaziabile curiosità, a volte vittima di depressioni devastanti, Edmondo Aroldi ebbe, su tutti, un amore infinito per la madre, alla quale, come era previsto da tutti i suoi amici che conoscevano questa passione condivisa, non sopravvisse che pochi anni.
Innocenza Aroldi era sorella di Norma Mascellani (3 luglio 1909), la notissima pittrice bolognese allieva prediletta di Giorgio Morandi, che dipinse anche un ritratto di Innocenza (Mia sorella, 1937). Innocenza Aroldi morì novantatreenne, custodita e curata dal figlio con ogni devozione, nel 1989.
Dopo la sua scomparsa, dalla quale il figlio non si riprese più, egli scrisse di lei: "Credo di intuire (vagamente) di avere avuto una vera vita "da figlio" e nient'altro: una lunga esistenza vissuta nell'ombra involontariamente (fino a che punto?!) dispotica della mia genitrice: una personcina che si è accaparrata, senza sforzo e con il mio consenso, tutte le mie attenzioni." (L.39).
"La mia invitta mamma: soave e atroce, ammirevole rudere, scherzo di natura, è salita a vette di vecchiaia irraggiungibili... Ora tra me e lei c'è un rapporto dolcissimo e straziante. Io non ho più paura, lei ne ha meno. Della morte dico. Credo che sarà un passaggio crudelissimo, ma affrontato con coraggio. La terrò per mano, non la lascio sola. Si vergogna di aver bisogno di me. Vorrebbe essere ancora lei a dare" (L.29).
Fra le molte amicizie, Edmondo Aroldi ne coltivò una per don Gianni Baget Bozzo, che, come risulta anche dalle lettere a suor Francesca, ebbe un posto unico nella sua vita, e un'altra, imprevedibile e a tutta prima singolare, uno "strambo sodalizio" (L.4), come egli lo definisce all'inizio, per una carmelitana scalza (e per la sua comunità), che suscitò in lui una venerazione e una tenerezza apparentemente insospettabili in uno spirito tanto lontano da una dimensione cristiana della vita.
L'interlocutrice di Aroldi: Suor Francesca
Può sorgere a questo punto la domanda sull'interlocutrice di Aroldi. E, dato il suo apparire solo come un'anonima "sorella Francesca", può sorgere il dubbio che la vicenda sia un'invenzione letteraria, un artificio strategico rispetto ai contenuti, una fiction.
Non si tratta di una fiction, ma di una vicenda assolutamente vera e vissuta, anche se suor Francesca non vi appare che controluce, non si mette in causa come persona, ma resta sullo sfondo. E lo stile monastico, che corrisponde ad un atteggiamento profondamente umano di rispetto e di attenzione all'altro.
Suor Francesca è presente solo come ascoltatrice, forse come - ma non lo sappiamo - suscitatrice di domande. E ha poi offerto quanto ha ricevuto, nella consapevolezza di non esserne l'unica destinataria. Essa non è apparsa alla grata del suo Carmelo, nella convinzione che il suo posto di ascolto e di accoglienza avrebbe potuto essere occupato da ogni consorella. È Edmondo Aroldi il protagonista di questa storia così incredibilmente vera da non sembrarlo. Emblematica, pur nella sua irripetibile singolarità, della possibilità di dialogo che il monaco non ricerca ma offre a chiunque gli si rivolga con esplicita o muta domanda sulle ragioni della sua speranza.
Impegnato in rapporti di lavoro con una monaca di un monastero carmelitano, il dialogo con lei, dapprima quasi burocratico, si converte presto in un discorso più ampio e in confidenze in cui Edmondo Aroldi fa confluire la sua stessa vita: i suoi umori, sempre variabili, i suoi amori - pochi e dolorosi quelli autentici - il suo fugace desiderio di un figlio (L.14), le sue paure: lo spettro della vecchiaia, l'incombenza della morte.
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| "Isola di Utopia", il Carmelo visto da Aroldi, ma anche "segno" di un assoluto presente tra noi. |
Ne emerge il ritratto di una personalità ricca e generosa, originale e anche bizzarra, ma percorsa dall'esigenza di una radicalità e una interezza che potevano non apparire immediatamente in Edmondo Aroldi. Ne costituivano invece la caratteristica più perspicua.
Un dialogo insolito, garbato e spiritoso, si dipana, nelle lente cadenze monastiche, tra due interlocutori tanto dissimili. Vi sono sottesi i grandi temi umani, da Aroldi sempre apparentemente rimossi ma mai accantonati, anzi urgenti alla sua intelligenza vivacissima, e tormentanti nel fondo di uno spirito razionalista, ma affascinato dal mistero.
Singolarità di una conversazione tra due persone così diverse. E pure tanto reciprocamente rispettose da poter vivere un rapporto che ha alla base, in modo consapevole ed esplicito da una parte, oscuro ma pungente dall'altro, la convinzione del valore della vita, la sua ricchezza, il suo enigma inquietante e affascinante. Anche quando Aroldi oppone, alla visione cristiana di sorella Francesca, la sua prospettiva dolorosa e angosciante della realtà: lucida e brutale, senza sbocchi. Se non fossero già sbocco la confidenza, la muta domanda di ascolto e di accoglienza partecipe.
"Sono affezionatissimo al Carmelo di *** Perché? Perché mi consola che in un posto del mondo che non ho mai visto e probabilmente non vedrò mai ci sia un'isola di austera felicità, con donne piccole, fragili, coraggiose e umanamente di ferro. Non è forse il Carmelo un'isola di Utopia? [...]
Essere privi di ammirazione è uno dei sintomi più mortificanti di mediocrità. Non tentare di capire un'antica avventura umana come quella delle suore di clausura, significa non avere fantasia, non riuscire ad avere immaginazione per un non impossibile tentativo di pienezza spirituale, una pienezza articolata rude e al tempo stesso dolce, fatta di implacabilità con il proprio Io e di colpi d'ala verso il cielo" (L.29).
"Isola di utopia", il Carmelo visto da Aroldi, realtà "irraggiungibile" e per lui "invivibile". Ma questa ammirazione rivela quella sorta di struggimento per l'assoluto che ha animato la sua vita, non gli ha mai consentito di assolutizzare il suo ateismo. E stato anzi il volto nascosto di una tensione all'Inarrivabile che sfiorava la fede.
Fu forse questo amore a realtà lontane che fece declinare a Edmondo Aroldi l'invito, rivoltogli sul finire della vita da suor Francesca, di una visita al suo Carmelo. "Sarebbe bellissimo se avessi la forza di venire, e mia madre lo fece. Era uno dei suoi ricordi più belli... Ma... io sono fiacco e vigliacco. Eppoi temo anche i piccoli traumi emotivi, come tutti i vecchi vorrei che il tempo (anche quello del cuore e dei sentimenti) non si muovesse" (L.39).
"Quanto all'incontrarci... non ci siamo già incontrati?" (L.45). "Perché vederci prima delle reciproche morti? La nostra amicizia funziona così bene per lettera. E poi un ambiente claustrale non so che effetto mi farebbe... Volersi bene da lontano è forse l'unico modo di sentirsi, per quanto si può, l'uno vicino all'altra. Le basti questa amicizia "cieca"" (L.41). Edmondo Aroldi morì senza aver mai visto suor Francesca.
Le lettere a suor Francesca, nate da un'amicizia senza alcuna frequentazione concreta, sono uno dei luoghi dove Aroldi si rivela con più sincerità. Mistero affascinante di ogni coscienza. Fonte di ricchezza e di crescita in umanità.
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