Il Sacerdote del Terzo Millennio

Pasquale Puca s.j.

Il 19 marzo 1999 la Congregazione vaticana per il Clero ha inviato a tutti i Vescovi della Chiesa un documento nel quale traccia un profilo essenziale del Presbitero, per il Terzo Millennio cristiano.

Questa iniziativa mira a realizzare, quel cammino di conversione del popolo di Dio che deve attuarsi con un convinto ritorno all'ascolto della Parola di Dio e con una responsabile pratica dei sacramenti della Chiesa, particolarmente di quelli della Riconciliazione e dell'Eucaristia.

Ciò per una sempre più matura conoscenza, da parte dei battezzati, del Messaggio evangelico e del Magistero della Chiesa ed una sempre più motivata testimonianza della propria identità di discepoli di Cristo e membri della Chiesa, con comportamenti abitualmente ispirati ai principi morali che scaturiscono dal Vangelo, all'interno della società nella quale, secondo l'insegnamentó di Gesù, si collocano come lievito, sale e luce, per la edificazione del Regno di Dio.

Diffondere la gioia del Vangelo
è la missione che ogni sacerdote riceve da Cristo

[Fotografia Felici]

Affinché il Presbitero sia in grado di svolgere efficacemente il suo ruolo di evangelizzatore, egli deve unire "all'autorità spirituale oggettiva, che possiede in forza della sacra ordinazione, l'autorità soggettiva proveniente dalla sua vita sincera e santificata, dalla sua carità pastorale, manifestazione della carità di Cristo" (c. 1, n.2).

Tanto più che - secondo l'insegnamento conciliare della Lumen Gentium - l'evangelizzazione comprende sempre l'annuncio, la testimonianza, il dialogo e il servizio.

Per un annuncio efficace della Parola, soprattutto in una prospettiva di nuova evangelizzazione o ri-evangelizzazione degli uomini e delle donne del nuovo Millennio, il documento vaticano ricorda fondamentalmente tre cose. Anzitutto, che "la fonte principale della predicazione deve essere la Sacra Scrittura, profondamente meditata nell'orazione personale e conosciuta attraverso lo studio e la lettura di libri adeguati" (c. 2, n.2).

In secondo luogo, è importante per il Sacerdote avere cura anche degli "aspetti formali" della predicazione, dal momento che "viviamo nell'era dell'informazione e della rapida comunicazione". In terzo luogo, la predicazione «deve essere realizzata, come quella di Cristo, in modo positivo e stimolante, che trascini gli uomini verso la Bontà, la Bellezza e la Verità di Dio, […] (con) un linguaggio corretto ed elegante, comprensibile per i nostri contemporanei di tutti i ceti, evitando banalità e qualunquismo». Tutto ciò suppone nel Sacerdote almeno due cose: il suo impegno per la formazione permanente e il suo rispetto per gli uditori.

A proposito del sacramento dell'Eucaristia, culmine di tutta la vita cristiana, la Congregazione fa rilevare: «Se nell'insegnamento dottrinale, nella predicazione e nella vita, non si riesce a manifestare l'unione tra vita quotidiana ed Eucaristia, la frequenza eucaristica finisce per venire trascurata».

Riguardo al sacramento della Riconciliazione, nel documento viene sottolineato che la mancata percezione del senso del peccato, così diffusa tra gli uomini e le donne del nostro ternpo, è da attribuirsi ad una altrettanto diffusa mancanza di amore autentico verso Dio da parte di ogni ceto sociale.

La Congregazione fa poi tre osservazioni abbastanza concrete, che assumono il carattere di altrettante precise raccomandazioni: 1) «Offrire a tutti i fedeli la reale possibilità di accedere alla confessione richiede, senza dubbio, una grande dedizione di tempo. E’ vivamente consigliato avere periodi prefissati di presenza in confessionale, che siano a conoscenza di tutti i fedeli, senza limitarsi ad una disponibilità teorica.»

2) «In conformità a questa premura, per facilitare ai fedeli il più possibile l'accostarsi al sacramento della Riconciliazione, è anche conveniente curare bene le sedi dei confessionali: la pulizia, la loro visibilità, la possibilità di scegliere l'uso della grata e di conservare l'anonimato.»

Il sacerdote, a partire dal Battesimo, accompagna il cammino spirituale di ogni cristiano.

3) «Il confessore deve chiedere al Paraclito la capacità di riempire di senso soprannaturale questo momento salvifico e di trasformarlo in un incontro autentico del peccatore con Gesù che perdona. Al contempo, deve profittare dell'opportunità per formare la coscienza del penitente, [...] aiutandolo a ringraziare dal profondo del cuore la misericordia di Dio nei suoi confronti, a formulare un proposito fermo di rettifica della propria condotta morale e non mancando di spendere qualche parola appropriata di incoraggiamento, di conforto, di stimolo alla realizzazione di opere di penitenza che, oltre a soddisfare per i propri peccati, aiutino a crescere nelle virtù» (c. 3, n.3).

In riferimento al suo ruolo di guida della comunità cristiana, il documento vaticano ricorda che il Presbitero, sull'esempio di Cristo «Buon Pastore che offre la vita per le pecore» (Gv 10, 11), deve essere l'amico, il confidente, il fratello, il padre, il pastore. Disponibile perciò all'accoglienza, all'ascolto, all'accompagnamento personale di ciascuno, deve testimoniare la paternità universale di Dio e rendere visibile la divina misericordia.

Prendendo a modello Cristo, il Presbitero, che è guida della comunità, deve essere totalmente del Padre e dei fratelli. La sua autorità non potrà mai diventare un dominio sulle persone, né potrà essere vissuta come espressione di un prestigio puramente umano. Lo stile con cui egli deve esercitarla nel suo ministero pastorale deve essere improntato ad «un autentico senso missionario, che non va confuso con un compito burocratico-organizzativo » (c. 4, n.3).

Ciò richiede che egli abbia ben chiari tre criteri: 1) «Non cadere nel contraddittorio comportamento in base al quale potrebbe esimersi dall'esercitare l'autorità nei settori di propria diretta competenza, per poi invece intromettersi in questioni temporali, quale l'ordine socio-politico, lasciato da Dio alla libera disposizione degli uomini».

2) Egli «non ha ricevuto [...] l'autorità di insegnare ai fedeli che gli sono stati affidati soltanto alcune verità della fede cristiana, trascurandone altre, in quanto da lui considerate più difficili da accettare o meno attuali».

3) «La carità pastorale è nulla senza l'umiltà» (ivi). Ciascuno dei quattro capitoli del documento si conclude con alcuni suggerimenti per la riflessione su quanto viene richiamato all'attenzione dei Sacerdoti; soprattutto in occasione di giornate di studio o di spiritualità, a livello individuale e a livello comunitario; anche come frutto della celebrazione del Grande Giubileo dei 2000.


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